domenica 9 gennaio 2022

VACCINI, ARMADILLI E GENERE UMANO

Premessa: questo post NON è rivolto a chi è convinto che il COVID non esista e/o ai NO VAX.

Lo dico subito perché non ho voglia di fare polemiche, che stamattina mi sono svegliato col collo irrigidito, ho dormito male e a pranzo c’è pure il minestrone!

Questo post è rivolto a quelli che credono alla scienza ufficiale e pensano che i vaccini siano un rimedio utile a contenere la diffusione della pandemia. Scrivo SOLO per loro. D’accordo?

Detto ciò, in realtà questo non è tanto un post sui vaccini, quanto piuttosto sulla generosità. O sulla carenza di generosità.

È una cosa su cui riflettevo in questi giorni, partendo da me stesso e dalla domanda: perché ho fatto il vaccino?

La prima ragione è che io questa malattia non me la voglio beccare.

Non è la paura di morire (la percentuale di decessi tra i contagiati che non hanno patologie pericolose non è così alta da scatenarmi il terrore); è piuttosto la preoccupazione di prendere il COVID in modo serio, perché si sta parecchio male e perché sento troppe persone che, anche dopo averlo superato, si trascinano per settimane e talvolta per mesi le conseguenze e gli effetti collaterali. 

A me questo basta e avanza per decidere di vaccinarmi.

Considerazioni mie, fatti miei, eventuali conseguenze sempre mie. Punto.

Seconda ragione, per certi versi più forte della prima: voglio diminuire la probabilità di trasmettere l’infezione ai miei familiari.

Penso che praticamente tutti quelli che si vaccinano partano da queste due motivazioni (a parte quelli che tentennano considerando che, con un po’ di fortuna, potrebbero infettare la suocera…).

La questione su cui riflettevo è: sono ragioni sufficienti?

Per raggiungere un alto numero di vaccinati forse sì. Per tenere in piedi le strutture sfilacciate e cadenti della nostra società cosiddetta “civile”, mi sa di no.

Manca una motivazione ulteriore: vaccinarsi pensando al bene degli ALTRI, intesi non come piccola tribù familiare, ma come comunità. O, a voler essere “filosofici”, intesi come umanità.

(NOTA: anche quelli che non vivono nel mondo occidentale, ma in paesi poveri, che non hanno i soldi per comprare i vaccini, sono UMANITA'. Lo dico giusto per amore di precisione, eh?).

Quello, insomma, che una volta si chiamava “senso civico” o “senso di responsabilità”.

È una motivazione che resta sullo sfondo, che si cita alla fine nei discorsi ufficiali e nelle dichiarazioni formali di intenti. Tipo i titoli di testa dei film in cui, dopo l’elenco degli attori principali e secondari, compare la scritta: “con la partecipazione straordinaria di…”.

Se questa ulteriore motivazione non entra nell’elenco di quelle che ci hanno spinto a farci pungere dalla siringa, allora mi sa – e lo ripeto a me per primo - che c’è qualcosa che non va.

L’individualismo, che è la matrice e il corollario apparentemente inevitabile della nostra società fondata sul consumo e sulla ricerca del successo personale, tende per sua natura a smantellare il senso di appartenenza a una comunità, a un gruppo, a un contesto sociale.

In molti, però, ci illudevamo resistesse, a mo' di zoccolo duro, la comune considerazione dell'imprescindibilità del bene fondamentale della SALUTE. Se la ricchezza è per definizione per pochi – poiché ci vogliono un sacco di poveri perché possano esserci pochi ricchi - il diritto alla salute ci sembrava dovesse per forza essere di tutti e che ognuno non potesse non volerlo non solo per se stesso, ma anche per gli altri.

Invece il timore è che anche questo totem si stia sgretolando e che oggi il retropensiero sia: mi vaccino per me e per quelli che mi stanno a cuore e gli altri che si fottano, fatti loro.

Infatti i social sono pieni di frasi del tipo: “io ho deciso…”, “io per me…”, “io però…”, “Io alla fine…”.

Sia per spiegare i no che per spiegare i sì.

Io, io, io e ancora IO.

Con l'esplosione del COVID e il primo lock down ci siamo raccontati che la pandemia poteva farci riscoprire il senso profondo del vivere insieme, che fare fronte comune contro il pericolo avrebbe potuto cementarci, riavvicinarci. Ci siamo gridati dai balconi che sarebbe andato “tutto bene”!

Non è successo. Il gregge, che si era istintivamente compattato all’arrivo dei primi fulmini, si è poi disperso, parcellizzato, cercando rifugio dove meglio ha trovato riparo. I lunghi e ripetuti temporali hanno fiaccato la voglia di reagire tutti insieme. L’esasperazione ci ha portati a un: “ognuno per sé; si salvi chi può”.

Il punto di arrivo sono i commenti astiosi e crudeli del tipo: “chi non si vuole vaccinare che crepi”; “che venga cacciato dagli ospedali”. Insomma, chi “sbaglia” paghi.

Come se poi ognuno di noi non fumasse troppo (“meritandosi” un tumore ai polmoni), non mangiasse troppo (“meritandosi” un ictus per le arterie intasate), non guidasse troppo veloce (“meritandosi” di schiantarsi contro un muro) e via dicendo.

E, come al solito, da bravi occidentali che consumano senza rimorso due terzi delle risorse del pianeta, facciamo tutti insieme silenziosamente finta che la pandemia non stia colpendo anche la gente che vive nei paesi poveri o sottosviluppati. Contesti in cui essere PRO VAX o NO VAX non significa nulla perché tanto i VAX col cazzo che arrivano.

Se li sono comprati tutti i paesi più ricchi. Cioè noi.

Una reazione da armadillo, che si arrotola a palla di fronte ai pericoli, che ci rende più piccoli, umanamente più poveri, socialmente più soli, eticamente più miseri. E, per assurdo, fa un favore alla diffusione del virus permettendogli di proliferare e mutare indisturbato in buona parte del pianeta, aumentando le probabilità che salti fuori la variante "fortunata" in grado di aggirare i vaccini.

Al di là e oltre la questione sanitaria, è forte la sensazione che oggi più che mai non basti fare la scelta “giusta” per se stessi, nel senso di più razionale, efficace, funzionale rispetto al rischio pandemico, ma che sia importante farlo anche con le motivazioni giuste, non guardando solo all’orizzonte limitatissimo dell’incolumità del proprio nucleo familiare.

Perché non dobbiamo solo salvarci la pelle e passare avanti. Non basta.

Dobbiamo anche salvare il senso di comunità, l’appartenenza al genere umano.

La pandemia è un problema grave che speriamo, tra qualche anno, di lasciarci alle spalle, ma l’umanità vive problemi ancora più grandi e più gravi.

Impossibile non pensare all’inquinamento e al mutamento del clima. Un dramma epocale che non è pensabile affrontare come singoli o in piccoli gruppi, abbassando la testa e chiudendosi a riccio.

Non c’è vaccino che possa salvarci se il mondo diventerà un luogo inadatto alla vita.

Gli ottusi che si ostinano a negare il cambiamento del clima e i singoli che, pur essendone terrorizzati, pensano solo a comprarsi un condizionatore più potente, alla fine creperanno insieme.

Ci sono cose, e tra queste anche la pandemia, che si possono affrontare solo guardando avanti tutti INSIEME.

E se proprio non sarà possibile ritrovare un senso di comunità, che a spingerci sia quanto meno lo spirito di conservazione, con la consapevolezza che non esiste nessuna soluzione miracolosa che può giungere dall’alto (Dio, i Governi, gli Alieni, i Rettiliani, l’Immane Botta di Culo) e che solo un cambiamento radicale e generalizzato del nostro stile di vita consentirà al genere umano di sopravvivere.

In quanto abitanti dello stesso (piccolo) pianeta, nessuno può pensare di essere una singola gemma che brilla da sola, divertendosi a fare ombra agli altri.

Siamo invece gli anelli di un'unica catena.

È un dato di fatto.

Che ci piaccia o no.

  

L'immagine dell'Armadillo di Zerocalcare c'entra poco. E' solo una scusa per dire a Michele che è un grande e che scrive alcuni dei più bei testi in circolazione!!!

mercoledì 5 gennaio 2022

THE CHIPS AND THE SECRET STRATEGY OF BIG PHARMA

 Fuori da un bar chiacchiero con un amico.

Gli sto raccontando che ho fatto la terza dose di vaccino.

Un tizio che fuma lì accanto scuote la testa e ci guarda con commiserazione.

“Lo sai che vuol dire terza dose?“ mi apostrofa.

Vorrei evitare discussioni che, già lo so, non porteranno da nessuna parte, ma purtroppo sono penalizzato da quel problema irrisolvibile che è l’educazione (colpa di mia madre!) e finisco per girarmi e, sia pure a malincuore, per rispondere.

“Che vuol dire terza dose?”.

“Che ti hanno iniettato non uno, ma tre chip. Contento tu…”.

Dovrei evitare, lo so, dovrei stare zitto. Invece siccome oltre al difetto dell’educazione ho anche quello dell’essere tignoso, parlo.

“Che senso ha iniettarmi tre chip? Ne basta uno no?”

“Eh, ma tu ne hai fatti tre di vaccini!”

“Ma così i chip vanno in conflitto. Che coglioni quelli del Governo”.

Il tizio resta un attimo perplesso.

“Chi l’ha detto che vanno in conflitto?”

“Ma è logico no? Tre chip… se sono programmati per controllarci manderanno tre input uguali. Fanno un casino!”

La sigaretta si consuma tra le dita del tizio che mi fissa interdetto.

“Ma no, forse allora il chip è solo nel primo vaccino e poi lo sanno che hai già il chip e le altre volte non te lo mettono più…”.

“Allora tutti gli infermieri del mondo devono essere collusi con chi ha organizzato questo controllo di massa, perché devono sapere in quali siringhe c’è il chip e in quali no”

Il tipo butta la sigaretta per terra e la spegne col piede. Sembra intenzionato ad andarsene, ma adesso sono io che non mollo la presa.

“Che poi… che stronzata usare i vaccini per metterci dentro il chip no? È un metodo poco pratico perché si sa che c’è parecchia gente che non lo fa il vaccino”.

“Eh…” bofonchia l’altro, non capendo dove voglio andare a parare.

“Io non penso che Big Pharma sia così scema, quelli sono furbi”

“Disonesti!”

“Si si disonesti, ma anche furbi. Pensaci… se tu fossi Big Pharma, lo metteresti nel vaccino il chip? No, tu che sei furbo lo metteresti…” resto in sospeso e lo guardo.

“Dove?” chiede, incuriosito.

“In un medicinale che prendono tutti, volontariamente, senza farsi problemi”

“Ah…”

“Ascolta me, quelli che dicono che il chip è nel vaccino ci prendono per il culo. È una falsa notizia che serve a depistarci e a mandarci in confusione. È di tutta evidenza che il chip è…”

“È?” ripete lui con lo sguardo calamitato dal mio.

“Negli analgesici no?”

“Gli analgesici?”

“Ma sì, cos’è che prendiamo tutti almeno una volta nella vita? Un analgesico! Per il mal di testa, per il mal di denti, per il mal di pancia! Aspirina, Tachipirina, Brufen! Ecco dove mettono il chip, altro che vaccino! Perché quelli li prendiamo tutti senza porci problemi, senza farci domande. Si butta giù la pillola con un po’ d’acqua, quella si scioglie, il chip si attacca con un micro-uncino alle pareti dello stomaco e... Zac! Il gioco è fatto!”

Gli strizzo l’occhio con fare d’intesa, del tipo: noi si che ci capiamo.

Il tizio non dice più niente, ma si vede che la cosa lo ha scosso. Sta di sicuro pensando a quanti antidolorifici ha preso in vita sua. Ad un tratto però gli viene in mente una cosa.

 “Aspetta… ma l’hai detto tu prima che troppi chip insieme è facile che vanno in conflitto… così allora se ne buttiamo giù a decine nella vita…”

Io sorrido.

“Ecco, vedi?”

“Vedi cosa?”

“Vedi che se ti soffermi un po’ a pensare con la tua testa ci arrivi?”

“A cosa?”

“A capire che sto fatto dei chip è una stronzata”, concludo serafico.

Lui mi guarda, ci mette un po’, ma alla fine capisce che lo stavo prendendo in giro. 

E si incazza.

“Vaffanculo!”

“Ecco! Appunto! Finalmente hai intuito il vero modo in cui inseriscono i chip nella gente!”

Vorrebbe rimandarmi al diavolo, ma è confuso.

“Le supposte!” sussurro con aria da cospiratore.

Il tizio diventa rosso, mi manda a cagare con un gesto della mano, si volta e se ne va a grandi passi.

Io rido. Scuoto la testa. Mi giro verso il mio amico.

Mi aspetto di vedergli un sorriso sulle labbra, invece è pallido. Lo guardo interrogativamente.

“La settimana scorsa… Avevo solo quelle a casa per la febbre… e me ne sono messe un paio…”

Mormora spaventato.

Ho la tentazione di rincorrere il tizio della sigaretta per andarmi a prendere un caffè con lui…

 

Capsula per il trasporto dei chip.

giovedì 2 dicembre 2021

MASCHERINE. Tipologie di utilizzatori.

 

Mascherine.

Ovvero quell’indispensabile accessorio che, in via teorica, dovrebbe coprire naso e bocca per ridurre la circolazione di virus in presenza di altri esseri umani.

Per fortuna molti hanno preso seriamente l’idea che questo oggetto possa avere una notevole utilità pratica, ma è esperienza comune che venga talvolta indossato e “interpretato” dai suoi utilizzatori nei modi più disparati e più creativi.

Senza pretese di esaustività, ho provato a caratterizzare alcune di queste tipologie umane.

·         QUELLO CHE SI PROTEGGE LE TASCHE DAL CONTAGIO. In realtà non usa la mascherina, ma la tiene in tasca, per poi ripescarla precipitosamente nel caso in cui sbuchi un Tutore dell’Ordine di qualsivoglia natura (Poliziotto, Carabiniere, Finanziere; Vigile Urbano, Guardia Forestale, Ausiliario del Traffico, Capo Scout, Messo Comunale) da cui teme di beccarsi una multa.

·        QUELLO CHE ADORA LE SCIARPE. La mascherina c’è, ma è portata sotto il mento, sul collo, tipo pashmina. In questo modo le orecchie gli calano verso il basso con un tenerissimo effetto “Nano Cucciolo” che lo rende davvero adorabile.

·        CAPPELLO ANTIVIRUS. Interpreta la mascherina in modo opposto e alternativo all’uomo che adora le sciarpe. Lui la mascherina la solleva sulla fronte, talvolta proprio sulla sommità del capo, dove la scorda, finendo per farcisi anche la doccia. Poi si stupisce se i capelli non vengono morbidi.

·         IL SALISCENDI. Eterno indeciso o cronico insofferente, passa tutto il tempo a spostare la mascherina di qua e di là, più su o più giù, un po’ a destra un po’ a sinistra, toccandola ripetutamente in ogni dove in modo da renderla l’oggetto potenzialmente più virale e pericoloso dell’universo. Una singola mascherina di proprietà di un utilizzatore di questo tipo, abbandonata in un luogo pubblico, è in grado di infettare una città di medie dimensioni con almeno 7 tipi di virus differenti, un paio dei quali sconosciuti alla scienza ufficiale.

·        QUELLO CHE SOLO LA BOCCA E’ PERICOLOSA. Porta la mascherina sulla bocca lasciando scoperto il naso. Evidentemente questo soggetto è convinto che il naso non serva per respirare ma solo per estrarvi, con accurate spedizioni speleologiche, caccole di varie forme durante le soste in macchina al semaforo. Oppure ha un naso di notevoli dimensioni e spera che le donne che incontra credano al becero luogo comune che dice che ci sarebbe una relazione diretta tra le dimensioni del naso e quelle del pene. Temo che tale luogo comune abbia scarso fondamento scientifico, mentre è molto più probabile che vi sia una relazione diretta tra il fare cose insensate, tipo indossare mascherine lasciando libero il naso di respirare virus, e le dimensioni modeste del cervello.

·        QUELLO CONVINTO DI ESSERE CIRCONDATO DA SORDI. Costui tiene diligentemente la mascherina su naso e bocca… fino a quando non deve parlare con qualcuno. Allora la abbassa per farsi sentire meglio, sputacchiando doppler a mitraglia a distanza talvolta superiore a quella a cui un essere umano medio è in grado di lanciare un sampietrino durante i simpatici battibecchi coi Celerini alle manifestazioni di protesta.

·        QUELLO CHE SPERA LA PANDEMIA NON FINISCA MAI. Tiene la mascherina perfettamente posizionata a protezione di gran parte del viso, lasciando scoperti solo gli occhi. Dal punto di vista della lotta al proliferare dei virus è un soggetto encomiabile. Peccato che la motivazione vera sia che sotto la mascherina è brutto come la fame e che la mascherina gli serva per nascondersi più che per proteggersi. Andrebbe tutto bene se non fosse che, per poter continuare a nascondersi dietro la mascherina, passa il tempo libero a starnutire apposta sulle maniglie delle porte…


...cacchio guardi?


mercoledì 18 aprile 2018

LA TERMINOLOGIA AZIENDALE SPIEGATA AI NEOASSUNTI.









Premessa.

 

Troppo spesso ai neoassunti vengono fatti rapidi e sommari corsi di formazione che non gli forniscono in realtà strumenti davvero utili per capire il contesto in cui sono entrati.

In particolare i neoassunti non sempre comprendono che gli ambienti lavorativi hanno un loro codice, utilizzano un linguaggio criptico, per iniziati, che è necessario conoscere per capire realmente cosa accade intorno e come si devono comportare.

Per questa ragione, da scafato frequentatore di uffici, ho sentito l’esigenza di predisporre questo agile prontuario ad uso e consumo dei giovani lavoratori.

 

 

LA TERMINOLOGIA AZIENDALE SPIEGATA AI NEOASSUNTI.

 

QUANDO TI DICONO:

Devi avere attitudine al cambiamento!

SIGNIFICA:

Vai dove dico io, quando lo decido io a fare quello che dico io!

 

QUANDO TI DICONO:

Devi essere flessibile!

SIGNIFICA:

Piegati a 90 gradi e girati di spalle…

 

QUANDO TI DICONO:

Devi coltivare la resilienza!

SIGNIFICA:

Te la devi far piacere pure se non ti piace!

 

QUANDO TI DICONO:

La congiuntura è stata sfavorevole…

SIGNIFICA:

Mettiti l’animo in pace che il premio di produzione non lo vedi manco quest’anno!

 

 

QUANDO TI DICONO:

Tranquillo, la promozione è solo rimandata…

SIGNIFICA:

Scordatela, dobbiamo promuovere il nipote del capo!

 

QUANDO TI DICONO:

La nostra azienda riconosce il merito!

SIGNIFICA:

…del nipote del capo.

 

QUANDO TI DICONO:

La nostra azienda è un grande famiglia!

SIGNIFICA:

A regazzì, i figli mica chiedono l’aumento ai genitori, no?

 

QUANDO TI DICONO:

Io sono un capo aperto ai suggerimenti dei dipendenti!

SIGNIFICA:

Dimmi sempre di sì e andremo d’accordo…

 

QUANDO TI DICONO:

Questo è un ambiente di lavoro giovane e dinamico!

SIGNIFICA:

Siccome facciamo contratti da fame e sfruttiamo la gente, qui c’è un turn over continuo…

 

QUANDO TI DICONO:

È un trasferimento solo temporaneo…

SIGNIFICA:

Comprati casa che tanto da lì non torni più…

 

QUANDO TI DICONO:

Sono le difficili sfide del mercato globalizzato…

SIGNIFICA:

Minchia. Pure quest’anno i cinesi c’hanno fregati!

 

QUANDO TI DICONO:

Cogliere le opportunità della delocalizzazione…

SIGNIFICA:

Figa! Abbiamo trovato un call center in Albania dove i dipendenti li paghiamo la metà!

 

QUANDO TI DICONO:

Per noi i dipendenti sono persone!

SIGNIFICA:

Ma appena riusciamo a sostituirli coi computer e coi robot…

 

QUANDO TI DICONO:

La nostra azienda ha una grande attenzione per le neo mamme!

SIGNIFICA:

La nostra azienda sta attenta a non assumere donne in età riproduttiva…

 

QUANDO TI DICONO:

La nostra azienda dà spazio anche ai lavoratori con disabilità!

SIGNIFICA:

Quel cazzo di monco che abbiamo assunto per avere gli sgravi fiscali non le può fare coi piedi le fotocopie?

 

QUANDO TI DICONO:

Bisogna imparare a coordinare le esigenze familiari con quelle di lavoro…

SIGNIFICA:

Ma non ci puoi mandare tuo nonno col deambulatore a prendere il bambino dall’asilo?

 

QUANDO TI DICONO:

Purtroppo ci sono esigenze di carattere organizzativo…

SIGNIFICA:

Scendi a cercare uno scatolone per mettere le tue cose…

 


 

venerdì 10 novembre 2017

LA STANCHEZZA DELLO SCRITTORE


Quando gli scrittori parlano del loro lavoro, raccontano di solito l’entusiasmo che li muove, descrivono la complessità del processo creativo o, magari, recriminano sulle incongruenze del sistema editoriale del nostro paese.

Qualche autore arriva a raccontare il “dramma” del blocco da pagina bianca.

Più raro, invece, trovare uno scrittore che parli della “fatica” di scrivere e di come a volte non si riesca a trovare le energie mentali per portare avanti i propri progetti.

Lo so che è difficile per chi non scrive vedere la scrittura come un’attività faticosa. Non si sollevano pesi, non si compilano moduli, non c’è un capo rompiballe che ti sta col fiato sul collo, non ci sono colleghi insopportabili con cui condividere le giornate.

Scrivere appare come un hobby e quindi, per definizione, qualcosa di rilassante.

“Beato te che scrivi… che ti rilassi in questo modo… che ti svuoti la testa…”.

Sticazzi! (Traduz: non funziona così).

Forse scrivere un raccontino ogni tanto, a tempo perso, può essere uno “svuota testa”, ma portare avanti seriamente un progetto complesso come un romanzo, un saggio, una sceneggiatura, richiede, al contrario, la capacità di essere completamente, con tutta la testa, dentro la storia a cui stai lavorando.

Scrivere a tempo perso significa, con quasi matematica certezza, scrivere porcherie. I buoni romanzi, le buone storie, vengono da gente che applica le proprie migliori energie con costanza, per mesi, a volte per anni, al testo che sta scrivendo.

Personalmente, non facendo lo scrittore come mestiere principale e dovendo ritagliare a fatica il tempo per la scrittura, il mio più grande cruccio, per tutti i romanzi che ho pubblicato, è quello di non avere avuto a disposizione il tempo e la concentrazione che avrei desiderato. Alla fine le cose che ho pubblicato sono il massimo che sono riuscito a fare col tempo e le forze a disposizione, per cui convivo ogni volta con la fastidiosa sensazione di non avere espresso fino in fondo il mio potenziale.

In genere il non addetto ai lavori non ha percezione della quantità di tempo e della costanza dell’impegno che la scrittura richiede.


Vi confesso che prenderei a schiaffi quegli autori e registi che raccontano al cinema storie di scrittori in crisi che poi ad un tratto, ritrovata “l’ispirazione” (ispirazione? Che cavolo sarebbe l’ispirazione? Da quando in qua uno scrittore serio scrive solo quando ha l’ispirazione, ma scherziamo?), si mettono a digitare all’impazzata sulla tastiera e in un paio di notti di lavoro folle e disperato, tra un whisky e una sigaretta, tirano fuori una fantastica novella o, magari, con qualche settimana di applicazione, un romanzo che vendere milioni di copie e li fa diventare ricchi e famosi.

Ma de che? (Come dicono a Roma).

E così arrivano quei periodi, a volte brevi, altre volte lunghi e deprimenti, in cui uno scrittore - magari perché attraversa una fase complicata della sua vita, in cui le difficoltà del quotidiano esauriscono le energie a disposizione - sente il “peso” (soprattutto mentale, ovviamente) della scrittura come troppo gravoso. Non è il desiderio di raccontare storie a essere venuto meno e non è neanche una questione di blocco da pagina bianca. Al contrario ci sono magari storie già iniziate, delle quali si è già decisa la trama, che aspettano solo di essere messe nero su bianco, ma alle quali non si riesce a dedicare tempo e fatica perché si è "in riserva".

Poi va detto che anche nella scrittura è importante avere un obiettivo, una prospettiva concreta per cui lavorare. È vero che più che in altre attività la scrittura trova ragione, senso e compimento in sé stessa, al punto che moltissimi scrittori scrivono per anni con passione anche quando non hanno nessuno che pubblica e legge quello che scrivono, ma mi sembra ovvio che la concreta prospettiva di pubblicare un romanzo e/o di vendere un soggetto o una sceneggiatura è qualcosa che aiuta in modo decisivo a trovare forze e motivazioni per rimettersi in moto.

Personalmente ho sperimentato di recente, in un periodo in cui non riesco a portare avanti seriamente progetti di scrittura, l’importanza anche soltanto di condividere un progetto con un altro autore, nel caso di specie la scrittura di una nuova sceneggiatura con il mio amico/socio Antonio. Fa niente che non sappiamo se troveremo mai una casa di produzione interessata: il fatto stesso di lavorare in due, che il mio contributo sia necessario ad arrivare in fondo, mi ha aiutato a trovare quella concentrazione e quelle energie che mi sembrava di non avere.

Ma la scrittura, per fortuna, non è l’infatuazione di un momento. La scrittura è un grande amore che è lì, c’è, e non si esaurisce, nonostante la fatica. O magari, a voler essere più cinici, è una malattia cronica, da cui non si guarisce, che prima o poi ritorna prepotente. Perciò anche nella pesantezza di questi ultimi mesi non mi dispero del tutto. Confido nel fatto che la fiamma sia, come sempre, accesa.

Torneranno le energie sufficienti a vincere la pigrizia, a tenere concentrata la mente, a costruire mattone su mattone, riga su riga, paragrafo su paragrafo, revisione su revisione, correzione su correzione, ripensamento su ripensamento, riscrittura su riscrittura, una nuova storia.

Anche senza whisky e senza sigarette, anche senza inquadrature fichissime con lo skyline della città di notte sullo sfondo (nella stanzettina in cui scrivo non c’è manco una finestra…).

Un nuovo romanzo con cui non vincerò nessun premio e non diventerò milionario.

Sarò solo (parzialmente) soddisfatto di me.

 


giovedì 31 agosto 2017

SCRITTORI DI SERIE A


Aspirazioni e aspettative cambiano con gli anni.

Quando nel 2009 ho pubblicato “Pinocchio.2112” e l’ho visto sugli scaffali di una libreria, ho sentito di avere realizzato il sogno di una vita: in quel momento mi sono sentito appagato.

Poi, però, è subentrato il desiderio di pubblicare ancora, ed effettivamente nel 2011 ho pubblicato “Luisa ha le tette grosse”, nel 2012 “Nebbie”, nel 2015 “Extasia” e quest’anno “La ragazza che non sapeva respirare le nuvole”.

Dovrei sentirmi soddisfatto. Infatti in parte lo sono.
Però…

Però la mente umana, per sua natura, raggiunto un obbiettivo tende inevitabilmente a focalizzarsi su un altro.

Premesso che non penso che il valore di uno scrittore dipenda dalla casa editrice con cui pubblica o dalla mole delle sue vendite, credo che l’aspirazione, non dico alla “fama” e alla “ricchezza”, ma almeno alla visibilità e a una remunerazione decente del proprio lavoro creativo, siano legittime.

Proviamo a fare una metafora calcistica.
Se paragoniamo Camilleri, Ammaniti o la Mazzantini a giocatori di serie A e il signor Rossi - che ha pubblicato a pagamento con un finto editore che gli ha stampato 500 copie e non l’ha mai distribuito in libreria - a un dilettante che gioca nel torneo aziendale, possiamo dire che scrittori che pubblicano con editori conosciuti e vendono le loro 5.000 copie all’anno (credetemi, non sono poche per i numeri modesti della nostra editoria), possono essere paragonati a calciatori di serie B, mentre quelli come me, che pubblicano (non a pagamento) con un minimo di continuità e vendono nell’ordine delle centinaia di copie (e, credetemi di nuovo, gli autori che pubblicano con piccoli editori raramente superano questi ordini di grandezza) sono paragonabili a onesti calciatori di serie C.

C’è chi già si sente soddisfatto di giocare in serie C.

Altri, però, non riescono a non sognare di giocare in serie maggiori. E, infatti, essendo io un inguaribile sognatore, sono esattamente in una fase della mia vita in cui non riesco a non sognare di riuscire in futuro a fare qualche stagione in una serie maggiore.

Aspirazione che si scontra, però, con una certa stanchezza, una certa disillusione, alimentate anche dalla maggiore comprensione delle logiche e delle dinamiche (e delle reali prospettive) commerciali ed economiche che guidano il mondo dell’editoria.

Credo che gran parte di quelli che pubblicano con piccoli editori maturino a un certo punto la sensazione che, per quanto ci si possa spendere e sbattere, difficilmente si riuscirà a spostare in modo davvero significativo l’ordine di grandezza delle vendite. Si può magari riuscire a vendere qualche centinaio di copie in più, ma questo risultato - sicuramente auspicabile per l’editore - nella stragrande maggioranza dei casi non consente il “salto di categoria”, quel passaggio almeno alla serie B, per intenderci, di cui parlavo sopra.

Quello passa attraverso altri accadimenti, tipo l’interessamento di un editore di maggiori dimensioni con maggiori possibilità di fare promozione, che intervenga a rilevare (sempre nel paragone calcistico) il “cartellino” dello scrittore.

È anche vero che il grande editore quasi sempre si avvicina all’autore che pubblica col piccolo editore solo dove vede dei volumi di vendite potenzialmente interessanti, per cui comunque, almeno da questo punto di vista, bisognerebbe impegnarsi nell’autopromozione; nel lungo periodo, però, si tratta di un’attività faticosa (anche dispendiosa!), che richiede un tempo che molto spesso l’autore, anche volendo, non riesce a trovare.

Insomma, vi confesso che questo per me è un periodo in cui mi sento un po’ “in mezzo al guado” e la cosa peggiore è che questa sensazione, invece che spronarmi, mi rende più pesante il lavoro di scrittura al punto che sto faticando a lavorare a nuovi romanzi.

Non a caso in questi ultimi due anni ho lavorato di più sul versante delle sceneggiature, forse per una fame di “novità” o, più banalmente, perché in questo ambito mi trovo a collaborare con il mio amico Antonio e la condivisione di un progetto creativo con un altro autore mi aiuta a trovare motivazioni.

Non ho paura di smettere di scrivere narrativa. Questo no.
So che continuerò a scrivere.

Devo trovare, però, la serenità di accettare che con ogni probabilità, come per la stragrande maggioranza degli scrittori che conosco, il mio destino sarà quello di continuare a giocare in serie C, e per un sognatore è un passaggio tutt'altro che semplice.

A questo punto, la mia priorità deve essere quella di giocare delle buone partite, indipendentemente dalla serie in cui milito.

E fanculo se non manderanno mai i miei gol alla Domenica Sportiva.



lunedì 30 gennaio 2017

La sveglia (sette e ventisette)


La mia sveglia è puntata sulle sette e ventisette.

Lo so che la sveglia di solito si punta su un numero "rotondo", che so: tipo le sette e venti o le sette e mezzo. La mia invece no: sette e ventisette.

Questo dice molto di me.

Che poi non è che io voglia svegliarmi alle sette e ventisette. In realtà voglio svegliarmi alle sette e venticinque, ma l'orologio va due minuti avanti. Così per svegliarmi alle "vere" sette e venticinque devo puntarla sulle sette e ventisette.

Immagino cosa state pensando: "ma tu non stai bene!".

Ve l'ho detto che questa cosa dice molto di me.

Come mai lascio l'orologio due minuti avanti? Non è che lo lascio… lo metto proprio io, apposta, due minuti avanti. Così mi sbrigo a prepararmi e a uscire e non rischio di arrivare in ritardo. Ho un piccolo margine.

Di nuovo penso di sapere cosa state pensando: che se sono consapevole che l'orologio non segna l'ora giusta, allora a che serve? Invece serve lo stesso perché, anche se lo so che l'orologio va due minuti avanti, siccome sono un tipo ansioso, la sola vista della lancetta che si avvicina all'ora in cui ho programmato di uscire mi mette fretta. Infatti non arrivo mai in ritardo.

Per la verità di solito arrivo in anticipo.

"Per forza: metti gli orologi avanti!"

E pure voi tenete ragione…

Ma poi, se pure non mettessi l'orologio avanti e puntassi correttamente la sveglia sulle sette e venticinque: che minchia di orario sono le sette e venticinque?

È un orario di quelli "né per me né per te".

Vi spiego. Io entro al lavoro alle otto e venticinque e so di avere bisogno di un po' meno di un'ora per alzarmi, lavarmi, vestirmi, fare colazione, uscire e percorrere a piedi il tragitto fino all'ufficio. Quindi, in realtà, anche se mi svegliassi alle sette e mezza ce la farei. Ma siccome, come dicevo, sono ansioso, preferisco svegliarmi un pochino prima. Potrei svegliarmi, allora, alle sette e venti. Però se da un lato sono ansioso, dall'altro soffro di insonnia (dormo sempre un po' meno di quello che servirebbe per alzarmi riposato) e la mia è una insonnia del tipo che fatico ad addormentarmi, mentre poi, quando finalmente prendo sonno, dormo profondamente. Perciò anche solo cinque minuti in più, al mattino, mi sembrano preziosi.

Ecco quindi la mediazione tra l'ansia e il desiderio di sonno. Né le sette e venti, né le sette e mezza.

Le sette e venticinque, appunto.

"Né per me né per te".

Anzi. Siccome l'orologio lo metto due minuti avanti, giocoforza devo puntare la sveglia alle sette e ventisette.

Semplice, no?

Le sette e ventisette... che idea geniale!!!