giovedì 31 agosto 2017

SCRITTORI DI SERIE A


Aspirazioni e aspettative cambiano con gli anni.

Quando nel 2009 ho pubblicato “Pinocchio.2112” e l’ho visto sugli scaffali di una libreria, ho sentito di avere realizzato il sogno di una vita: in quel momento mi sono sentito appagato.

Poi, però, è subentrato il desiderio di pubblicare ancora, ed effettivamente nel 2011 ho pubblicato “Luisa ha le tette grosse”, nel 2012 “Nebbie”, nel 2015 “Extasia” e quest’anno “La ragazza che non sapeva respirare le nuvole”.

Dovrei sentirmi soddisfatto. Infatti in parte lo sono.
Però…

Però la mente umana, per sua natura, raggiunto un obbiettivo tende inevitabilmente a focalizzarsi su un altro.

Premesso che non penso che il valore di uno scrittore dipenda dalla casa editrice con cui pubblica o dalla mole delle sue vendite, credo che l’aspirazione, non dico alla “fama” e alla “ricchezza”, ma almeno alla visibilità e a una remunerazione decente del proprio lavoro creativo, siano legittime.

Proviamo a fare una metafora calcistica.
Se paragoniamo Camilleri, Ammaniti o la Mazzantini a giocatori di serie A e il signor Rossi - che ha pubblicato a pagamento con un finto editore che gli ha stampato 500 copie e non l’ha mai distribuito in libreria - a un dilettante che gioca nel torneo aziendale, possiamo dire che scrittori che pubblicano con editori conosciuti e vendono le loro 5.000 copie all’anno (credetemi, non sono poche per i numeri modesti della nostra editoria), possono essere paragonati a calciatori di serie B, mentre quelli come me, che pubblicano (non a pagamento) con un minimo di continuità e vendono nell’ordine delle centinaia di copie (e, credetemi di nuovo, gli autori che pubblicano con piccoli editori raramente superano questi ordini di grandezza) sono paragonabili a onesti calciatori di serie C.

C’è chi già si sente soddisfatto di giocare in serie C.

Altri, però, non riescono a non sognare di giocare in serie maggiori. E, infatti, essendo io un inguaribile sognatore, sono esattamente in una fase della mia vita in cui non riesco a non sognare di riuscire in futuro a fare qualche stagione in una serie maggiore.

Aspirazione che si scontra, però, con una certa stanchezza, una certa disillusione, alimentate anche dalla maggiore comprensione delle logiche e delle dinamiche (e delle reali prospettive) commerciali ed economiche che guidano il mondo dell’editoria.

Credo che gran parte di quelli che pubblicano con piccoli editori maturino a un certo punto la sensazione che, per quanto ci si possa spendere e sbattere, difficilmente si riuscirà a spostare in modo davvero significativo l’ordine di grandezza delle vendite. Si può magari riuscire a vendere qualche centinaio di copie in più, ma questo risultato - sicuramente auspicabile per l’editore - nella stragrande maggioranza dei casi non consente il “salto di categoria”, quel passaggio almeno alla serie B, per intenderci, di cui parlavo sopra.

Quello passa attraverso altri accadimenti, tipo l’interessamento di un editore di maggiori dimensioni con maggiori possibilità di fare promozione, che intervenga a rilevare (sempre nel paragone calcistico) il “cartellino” dello scrittore.

È anche vero che il grande editore quasi sempre si avvicina all’autore che pubblica col piccolo editore solo dove vede dei volumi di vendite potenzialmente interessanti, per cui comunque, almeno da questo punto di vista, bisognerebbe impegnarsi nell’autopromozione; nel lungo periodo, però, si tratta di un’attività faticosa (anche dispendiosa!), che richiede un tempo che molto spesso l’autore, anche volendo, non riesce a trovare.

Insomma, vi confesso che questo per me è un periodo in cui mi sento un po’ “in mezzo al guado” e la cosa peggiore è che questa sensazione, invece che spronarmi, mi rende più pesante il lavoro di scrittura al punto che sto faticando a lavorare a nuovi romanzi.

Non a caso in questi ultimi due anni ho lavorato di più sul versante delle sceneggiature, forse per una fame di “novità” o, più banalmente, perché in questo ambito mi trovo a collaborare con il mio amico Antonio e la condivisione di un progetto creativo con un altro autore mi aiuta a trovare motivazioni.

Non ho paura di smettere di scrivere narrativa. Questo no.
So che continuerò a scrivere.

Devo trovare, però, la serenità di accettare che con ogni probabilità, come per la stragrande maggioranza degli scrittori che conosco, il mio destino sarà quello di continuare a giocare in serie C, e per un sognatore è un passaggio tutt'altro che semplice.

A questo punto, la mia priorità deve essere quella di giocare delle buone partite, indipendentemente dalla serie in cui milito.

E fanculo se non manderanno mai i miei gol alla Domenica Sportiva.



lunedì 30 gennaio 2017

La sveglia (sette e ventisette)


La mia sveglia è puntata sulle sette e ventisette.

Lo so che la sveglia di solito si punta su un numero "rotondo", che so: tipo le sette e venti o le sette e mezzo. La mia invece no: sette e ventisette.

Questo dice molto di me.

Che poi non è che io voglia svegliarmi alle sette e ventisette. In realtà voglio svegliarmi alle sette e venticinque, ma l'orologio va due minuti avanti. Così per svegliarmi alle "vere" sette e venticinque devo puntarla sulle sette e ventisette.

Immagino cosa state pensando: "ma tu non stai bene!".

Ve l'ho detto che questa cosa dice molto di me.

Come mai lascio l'orologio due minuti avanti? Non è che lo lascio… lo metto proprio io, apposta, due minuti avanti. Così mi sbrigo a prepararmi e a uscire e non rischio di arrivare in ritardo. Ho un piccolo margine.

Di nuovo penso di sapere cosa state pensando: che se sono consapevole che l'orologio non segna l'ora giusta, allora a che serve? Invece serve lo stesso perché, anche se lo so che l'orologio va due minuti avanti, siccome sono un tipo ansioso, la sola vista della lancetta che si avvicina all'ora in cui ho programmato di uscire mi mette fretta. Infatti non arrivo mai in ritardo.

Per la verità di solito arrivo in anticipo.

"Per forza: metti gli orologi avanti!"

E pure voi tenete ragione…

Ma poi, se pure non mettessi l'orologio avanti e puntassi correttamente la sveglia sulle sette e venticinque: che minchia di orario sono le sette e venticinque?

È un orario di quelli "né per me né per te".

Vi spiego. Io entro al lavoro alle otto e venticinque e so di avere bisogno di un po' meno di un'ora per alzarmi, lavarmi, vestirmi, fare colazione, uscire e percorrere a piedi il tragitto fino all'ufficio. Quindi, in realtà, anche se mi svegliassi alle sette e mezza ce la farei. Ma siccome, come dicevo, sono ansioso, preferisco svegliarmi un pochino prima. Potrei svegliarmi, allora, alle sette e venti. Però se da un lato sono ansioso, dall'altro soffro di insonnia (dormo sempre un po' meno di quello che servirebbe per alzarmi riposato) e la mia è una insonnia del tipo che fatico ad addormentarmi, mentre poi, quando finalmente prendo sonno, dormo profondamente. Perciò anche solo cinque minuti in più, al mattino, mi sembrano preziosi.

Ecco quindi la mediazione tra l'ansia e il desiderio di sonno. Né le sette e venti, né le sette e mezza.

Le sette e venticinque, appunto.

"Né per me né per te".

Anzi. Siccome l'orologio lo metto due minuti avanti, giocoforza devo puntare la sveglia alle sette e ventisette.

Semplice, no?

Le sette e ventisette... che idea geniale!!!

martedì 20 dicembre 2016

LA RAGAZZA CHE NON SAPEVA RESPIRARE LE NUVOLE


Gli scrittori sono come i vulcani: ogni tanto eruttano.

I vulcani lava, gli scrittori storie.

Alcuni sono come l'Etna, che borbotta, caccia fumo dal cratere e si fa notare anche quando non è nel pieno dell'eruzione. Altri sono come il Vesuvio, che sembra addormentato, non dà segni di vita e poi esplode all'improvviso, in modo subdolo.

Io ultimamente sono stato un po' Vesuvio. Me ne sono stato zitto zitto, concentrandomi più sulla mia nuova passione per la sceneggiatura che sulla stesura di nuovi romanzi. E, però, in questo apparente silenzio, nel profondo qualcosa covava. Nel caso di specie un romanzo breve, che ora sta per vedere la luce.

A gennaio/febbraio 2017 è prevista, infatti, l'uscita per "Edizioni Cento Autori" del romanzo "LA RAGAZZA CHE NON SAPEVA RESPIRARE LE NUVOLE".

Inserito in una collana per ragazzi e giovani adulti, credo possa risultare interessante anche per un pubblico adulto. È la storia di una band musicale di liceali, "I Grecale", ribattezzati nella loro scuola: "la band degli sfigati", perché non sono belli, non sono fighi, non sono ricchi. Sono bravi, suonano bene, ma questo pare non essere sufficiente in un mondo in cui il look conta più di ogni altra cosa.

Quando Marco si innamora di Clelia, la strafiga della classe, cantante di una band rivale, nessuno, nemmeno il suo miglior amico, scommetterebbe un centesimo su di lui. Eppure…

Ma non sempre la storie d'amore filano lisce. La vita non è una favola. Più spesso le storie d'amore fanno i conti con i pregiudizi, con la difficoltà di mettersi in gioco, di affrontare la disapprovazione dei propri "amici". Forse Clelia non è una "ragazza che sa respirare le nuvole"…

Intanto il più importante "contest" della città per band emergenti è alle porte.

In fase di stesura mi sono interrogato su come dovesse essere lo stile, il linguaggio di questo romanzo che, fin dal principio, ho pensato rivolto soprattutto a un pubblico di giovani lettori. Poi mi sono detto che stavo sbagliando a pormi il problema. Se è certamente importante "tarare" il linguaggio quando ci si rivolge a lettori di età inferiore ai 14/15 anni, è finanche sbagliato farlo  quando ci si rivolge a lettori che superano questa fascia di età. Per loro il linguaggio deve essere ormai lo stesso che si utilizza per un pubblico di lettori adulti. Mi è bastato ripensare alla "fame" di romanzi "non da ragazzi" che avevo a 14 o 15 anni per convincermene. A connotarlo come romanzo "young adult" (per usare una terminologia abbastanza in voga), quindi, sono più che altro gli argomenti trattati e la circostanza che i protagonisti sono dei ragazzi.

Mi auguro che il romanzo piaccia e che i lettori si appassionino alle vicende della "band degli sfigati", alla loro voglia di crescere, di capire e di non farsi troppo male mentre cercano di diventare grandi.

DA GENNAIO/FEBBRAIO 2017 NELLE LIBRERIE.

lunedì 7 novembre 2016

IL MIO LAVORO




Il mio è uno di quei lavori…


Uno di quei lavori che quando dici cosa fai la gente storce il naso.

Io lavoro nell'ufficio recupero crediti di una banca. Non l'ho esattamente scelto: come tante cose nella vita è capitato. È stato, a suo tempo, il modo per ottenere il trasferimento nella mia città e smettere di fare il pendolare in una filiale a 100 chilometri da casa.

Se pensate che io sia un marcantonio muscoloso che va in giro a minacciare la gente con una mazza da baseball siete fuori strada. Niente di così "pulp". Quelli sono i metodi dei "cravattari", peraltro indubbiamente più efficaci dei nostri. Qui ci muoviamo in modo meno coreografico. Dall'iniziale sollecito, ai tentativi di trovare un accordo transattivo, per arrivare all'avvio di eventuali azioni legali col conseguente  corollario di pignoramenti, fallimenti, cause passive in cui è il cliente a far causa alla banca e via discorrendo. Insomma, sono qualcosa di meno di un avvocato, qualcosa di più di un impiegato amministrativo (anche se poi la banca mi paga come un impiegato, ma questa è un'altra storia).

Per quanto mi riguarda, il problema più grosso nel mio lavoro è la sera, quando torno a casa e mi guardo allo specchio. Il problema vero, cioè, è sentirmi a posto con me stesso.

In realtà, alla fine, come ogni lavoro anche questo si sostanzia in gran parte nel rapporto con altre persone: i clienti/debitori, gli avvocati, i colleghi. Ed è su questo piano che, come ogni altro lavoro, anche questo si può fare in modo decente o indecente. Si può essere freddi ed efficienti, come sogna la banca, o empatici e collaborativi, come sognano i debitori. Oppure un ragionevole mix delle due cose.

Poi ti capitano le giornate come oggi. Che non sono neanche tanto infrequenti, purtroppo.

Fissi uno dei tanti incontri della settimana e dall'altra parte del tavolo, accompagnato dal suo avvocato, siede un uomo, un piccolo imprenditore che ha combinato pasticci con la sua società, oggetto della visita della Guardia di Finanza che ha trovato tutta una serie di irregolarità e, di fatto, gli ha bloccato l'attività.

Ma non è questo il punto. Non mi interessa se il tizio è un furbacchione "beccato" dai finanzieri o, come lui proclama, un perseguitato da uno Stato ottuso che non capisce le difficoltà in cui la crisi economica ha precipitato gli imprenditori. Io non sono qui per valutare gli uomini col mio piccolo e impreciso metro di giudizio. Per me non ci devono essere "buoni e cattivi". Io devo cercare di dare le stesse opportunità a tutti.

Il punto è un altro. Un mese fa a questo uomo dalla faccia cadente è morto un figlio di 20 anni, che si è schiantato con la macchina, di notte, di ritorno da una serata con gli amici.

Ecco. È qui che il mio lavoro diventa davvero complicato. Si discute di numeri, di possibili ipotesi transattive, ma è impossibile farlo senza vedere come gli occhi di quest'uomo siano opachi, spenti. Ha una famiglia, ha una moglie distrutta, ha altri figli, per cui è costretto a venire qui stamattina, a incontrare me, a parlare di debiti e di soldi. E io che siedo dall'altra parte del tavolo, in questo momento sono la banca, sono la faccia del "mostro" cieco e sordo che presta i soldi, ma poi li rivuole alle scadenze pattuite, non importa cosa sia successo nel frattempo.

Credo che sia qui che persino un lavoro come il mio, può essere fatto in modo decente o indecente. Non solo e non tanto nel senso di tentare di trovare una soluzione che sia percorribile per il debitore, senza penalizzare eccessivamente gli interessi della banca (cosa che non potrei fare neppure volendo, visto che le decisioni vengono prese da altri, altrove, nella mitica "Direzione Centrale", per intenderci), quanto invece nel tentativo di non ridurmi a un impiegato che tratta con un debitore, ma sforzandomi di essere invece una persona che parla con un'altra persona.

Può sembrare una cosa senza valore, visto che, alla fine, al cliente/debitore interessa trovare una soluzione alla sua situazione drammatica. Invece anche questo conta, ne sono convinto. Perché la vita è fatta di relazioni, perché a parità di esborsi economici la rabbia può gonfiarsi o sgonfiarsi, gli avvenimenti si possono vivere con maggiore o minore frustrazione. Trovarsi di fronte un burocrate infastidito e scostante non può essere la stessa cosa che trovarsi di fronte a qualcuno che prova a darti una mano.

Se la soluzione c'è ben venga. Se non c'è - e molto spesso nel mio lavoro non c'è - per lo meno si uscirà da questo posto senza la sensazione di aver ricevuto l'ennesima umiliazione, l'ennesimo schiaffo da parte della vita bastarda.

Nonostante io sia, per carattere, timido e poco espansivo, quando entro nella piccola stanza claustrofobica in cui incontriamo le controparti, ce la metto tutta perché nei miei occhi e nella mia voce ci sia qualcosa che comunichi un filo di speranza e, comunque, per fare in modo che chi viene qui non si senta giudicato.

Il risultato di questo piccolo/grande sforzo è che, per assurdo, ho in media buoni rapporti con le persone che incontro. Persino quando, alla fine, mi trovo a dover comunicare degli sconfortanti "mi dispiace, non ci sono soluzioni, la banca ha deciso di procedere con le azioni esecutive".

Il mio è uno di quei lavori…

Specie in certi giorni in cui incontri uomini con gli occhi opachi, spenti, cui la vita ha chiesto davvero troppo.

Per l'uomo che ho incontrato oggi non penso ci sarà una soluzione positiva. E comunque, anche se ci fosse, non cancellerebbe il vuoto e il dolore che si porta e si porterà dentro per il resto della vita.

Io e quell'uomo alla fine ci siamo guardati e ci siamo stretti la mano. Una stretta vera, forte.

Può essere niente, lo so. Però è quello che posso fare e, quindi, che devo fare.

Perché io, la sera, non dimenticatelo, ho sempre la mia faccia che mi aspetta dall'altra parte dello specchio.


PER PAGARE C'E' SEMPRE TEMPO (FORSE...)


lunedì 22 agosto 2016

Burkini sì, burkini no.


Burkini sì, burkini no.

Con la mia proverbiale mancanza di tempismo, mentre ormai l'argomento sta svaporando, volevo dire una cosetta (lasciando perdere il fatto che quando vengono fuori temi troppo scottanti, tipo se l'Italia zitta zitta non stia già facendo un pochetto di guerra in Libia o cose del genere, subito vien fuori qualche argomento un po' meno fondamentale a riempire i media e spostare l'attenzione).

Premetto che del costume in quanto tale non me ne frega una cippa, ma mi scappa una considerazione più generale sulle motivazioni che stanno dietro il divieto e sulla coerenza tra divieto e motivazioni.

Se quelli a favore del divieto avessero il coraggio di dire chiaramente che gli stanno sul culo i musulmani e non li vogliono in spiaggia, il divieto sarebbe, per lo meno, coerente con la (becera) motivazione.

Invece, siccome suona brutto ammettere da un lato di essere razzisti e dall'altro di avere paura che le donne musulmane nascondano una bomba sotto il costume (ehm… dove?!?!), viene data più rilevanza a  una motivazione politicamente corretta che recita che è inaccettabile che le donne musulmane non possano anche loro tirare fuori liberamente la loro cellulite sul bagnasciuga.

Perciò, per protestare contro il maschilismo di certa parte del mondo musulmano, sarebbe giusto vietare il burkini.

Nonostante la mia laurea in legge dorma dimenticata in un cassetto, mi risulta impossibile non ricordare a me stesso che in una società civile, laica e democratica si può vietare qualcosa solo se questa cosa è pericolosa e/o se da questo divieto deriva un vantaggio per qualcuno.

Se vieto di fumare in luogo chiuso, voglio preservare dal fumo passivo. In effetti se nessuno fuma, nessuno respira il fumo e ho preservato la salute. Ok, non fa una piega. Divieto good!

Ma se vieto il burkini perché degradante, otterrò che la donna musulmana vada al mare con un costume "occidentale"? Chiaramente no. Al contrario, la donna musulmana che prima riusciva ad andare al mare, sia pure coperta da uno scafandro (come le nostre bisnonne), al mare non ci andrà più.

Il divieto non ottiene lo scopo. Giuridicamente è una michiata perché fa un danno peggiore. Divieto bad!

Però… nei fatti si svuotano le spiagge di molte famiglie musulmane. Perciò il divieto risulta utile non alla donna musulmana bensì allo xenofobo a cui stanno sul culo i musulmani, che ottiene il suo scopo senza neppure esporsi a dire quello che pensa realmente.

Guarda un po'.

Ripeto, del costume non mi frega niente e sono convinto che le ossessioni sessuofobiche abbiano ben poco a che vedere con le religioni (cattolica un tempo, musulmana oggi), quanto piuttosto con le tradizioni dei popoli e con la volontà di tenere sottoposte le donne.

È che mi danno fastidio le ipocrisie e le false motivazioni dietro cui ci si nasconde per scatenare guerre, opprimere popoli, affamare operai, lasciare affogare disperati, segregare deboli.

Detto questo, potete serenamente uscire a caccia di Pokemon!



MUSSULMANE DI FINE 800
 

 

martedì 3 novembre 2015

EXTASIA tra i candidati del Premio Strega Ragazzi

"Extasia" è stato inserito tra i candidati nella sezione adolescenti del Premio Strega Ragazzi.

L'elenco dei romanzi in gara lo potete trovare qui:
http://www.premiostrega.it/PSR/libri/


Da quest'anno, infatti, accanto al tradizionale Premio Strega e al Premio Strega Giovani, è stato indetto per la prima volta anche il Premio Strega Ragazzi, articolato in due sezioni: bambini e adolescenti.
Una giuria tecnica sceglierà a breve la cinquina dei romanzi finalisti, che verranno sottoposti al vaglio di una giuria popolare composta dai ragazzi di numerose scuole della penisola.
"Extasia" concorre con romanzi editi dalle più importanti case editrici italiane (Mondadori, Feltrinelli, ecc.) per cui sarà durissima. Di fatto, al di là del valore del romanzo (che spetta ai lettori decretare), sono consapevole che si tratta di un tentativo piuttosto velleitario.

Ma noi - io e quelli della Leone - siamo stati abbastanza matti da volerci provare :-)
Confesso che avevo delle perplessità, perché Extasia non è stato pensato e scritto "appositamente" per i ragazzi.

La mia casa editrice, però, è convinta che la storia possa piacere anche a un pubblico di lettori adolescenti e per questo ha insistito. 

Che vi devo dire? Chi vivrà vedrà! :-) 



martedì 16 giugno 2015

"Ma si guadagna scrivendo?"


È una domanda che, prima o poi, mi fanno quasi tutti: "ma guadagni scrivendo?".

La risposta è no (o meglio: molto poco).

E allora parte il sorrisino. "Ah… ecco… quindi lo fai per hobby…".

Per hobby un par di palle! Nella scrittura ci sono le mie migliori energie, la mia creatività, la fatica e la costanza, i dubbi e le paure, la speranza e l'esaltazione. Ci sono ore rubate al sonno, ci sono appunti e prime stesure, ci sono revisioni e riscritture. Col cavolo che si può definire hobby.

Hobby è collezionare figurine o coltivare gardenie sul balcone (e anche attività come queste richiedono energie e passione, per cui, personalmente, mi guardo bene da liquidarle con un sorrisino!).

Scrivere, per molti versi, è più faticoso che andare in ufficio. Solo che in questo paese il lavoro creativo non viene considerato lavoro. Salvo poi essere costantemente affamati di quello che i creativi producono: musica, storie, film, immagini, danza e quant'altro. I creativi nutrono il tempo libero della gente. Che è per definizione il tempo più felice. Ma stupisce che ambiscano a essere pagati.

Curioso…

"D'altronde non te lo ordina il dottore di scrivere, no?"

Vero. Ma il dottore non ordina neppure a te di andare al cinema, a un concerto, di ascoltare musica in macchina, di guardare video su you tube, di scaricare una bella immagine come sfondo del pc, ecc. Non te lo ordina però lo fai e ti piace farlo e ti senti bene quando esci da un cinema in cui hai visto un bel film, da un pub in cui qualcuno suonava buona musica, da una mostra fotografica che di ha dato emozioni.

O magari quando poggi il tablet su cui hai scaricato un libro piratato, che non hai pagato.

"Ma io ho fregato il sistema… l'editore… mica te!"

Ah ecco! Perché è normale che io non riceva nulla per aver scritto la storia che ti è piaciuto leggere.

Però se qualcuno non pagasse te per il tuo lavoro di ufficio o per il tuo lavoro in studio o per il tuo lavoro da artigiano, tu ti rivolgeresti a un avvocato per fargli causa. Ovviamente.

Io invece no. Io devo essere contento che tu legga (gratis) il mio libro.

Curioso…

Perché, per esempio, uno stupido lavoro di ufficio (molti lavori d’ufficio sono stupidi, non prendiamoci in giro) vale di più del lavoro di scrittura?

Negli ultimi anni ho pubblicato con una certa regolarità romanzi, racconti, articoli e quello che scrivo è stato letto e chi pubblica continua a chiedermi altre cose da pubblicare. Le richieste e le occasioni non mi mancano; mi mancano piuttosto tempo ed energie per star dietro a tutto quello che potrei fare. Questo, credo, significhi qualcosa.

In un mondo normale (o forse solo in un altro paese) questo significa che sai scrivere, che c'è chi trova interessante leggerti e che, quindi, puoi fare lo scrittore.

Invece in questo mondo strano in cui viviamo devo scrivere di notte, devo dire "grazie" quando qualcuno mi legge e mi devo sentir dire che ho un hobby interessante.

È così, c’è poco da fare.

Vi chiedo solo un favore: per lo meno non fate il sorrisino!

LAVORO CRE... CREA... CHE???