mercoledì 22 aprile 2015

IL TEMPO


Il tempo è uno strano strumento: suona, ma non ha note.

Il tempo è silenzio da modulare; si piega ai fatti e alle circostanze.

Il tempo è una coperta bagnata di pioggia che aderisce al corpo e pesa, ma anche soffio di vento che solleva un delicato, leggerissimo velo.

Il tempo è soprattutto emozione.

Un minuto può essere eterno e un giorno un frullare d’ali.

Non c’è modo di accettare che un minuto abbia sempre la medesima lunghezza; che un giorno sia sempre uguale a se stesso.

Gli orologi ci provano a convincerci, ma è dura credergli. L’evidenza delle emozioni li smentisce. Gli orologi sono burloni e scorretti: rallentano e accelerano di nascosto, a nostra insaputa, per pura cattiveria.

Quando soffriamo quasi si fermano, in perfido ascolto.

Quando siamo felici corrono, fuggono, rubano ore a piene mani, ficcano mattine e pomeriggi e notti in un misterioso sacco che poi interrano ai piedi di un castagno, nel bosco.

Questo cercano gli gnomi delle foreste: i sacchi pieni del nostro tempo felice, dei minuti sottratti, delle ore trafugate, dei giri di lancette saltati, dei ticchettii che non hanno mai risuonato, del vibrare di pendole che han scordato di battere e dello zufolare di cucù afoni e immobili.

Li portano nelle loro caverne umide e tristi e ne slegano le bocche serrate, le spalancano e lasciano fluire il tempo della felicità degli esseri umani e lo respirano, se ne riempiono i polmoni, come tossici che aspirano i vapori di qualche droga impalpabile e mortale.

Il tempo è uno strano compagno, sempre al nostro fianco, dal primo vagito all’ultimo rantolo, senza mai esserci davvero amico, senza mai essere complice.

Il tempo disegna rune sul cuore, segni misteriosi di paura e dolore.

Il tempo colora d’arcobaleno i pensieri, marchi indecifrabili di felicità passeggere.

Il tempo è uno strano strumento. Ha una musica priva di note.

Non c’è modo di imparare a suonare.

 
EHM... MI SONO AVANZATI "UN PAIO" DI PEZZI...

giovedì 26 marzo 2015

Il "passaparola": arma di istruzione di massa.


Le grandi case editrici hanno i mezzi per mettere gli autori famosi (o quelli che ritengono possano diventarlo) nelle condizioni di essere ben visibili.

È quella che si chiama “promozione del libro”, che va dall’acquisto di spazi pubblicitari, alla sollecitazione di recensioni, fino all’acquisto dei migliori spazi espositivi nelle librerie (qualcuno pensava che la posizione dei libri nei megastore fosse scelta dal libraio? Naaaa! Succede sì e no in qualche libreria indipendente).

Il libro, pur con sue caratteristiche e un suo pubblico particolare, è comunque una merce e come tale viene trattato; con la finalità ultima di essere venduto.

La promozione ha costi importanti. Un piano di promozione che voglia appena, appena essere serio costa migliaia di euro e presuppone, per essere fatto in modo proficuo, il lavoro di un professionista.

A ben vedere le grandi case editrici realizzano la parte più significativa del loro fatturato con pochi titoli, quei cinque o sei best seller che abitano nel corso dell’anno le vette delle classifiche. Le altre centinaia (per le case editrici più grandi: migliaia) di titoli pubblicati nel corso dell’anno portano introiti magari complessivamente interessanti ma, comunque, molto modesti se rapportati al singolo titolo. Perché il nostro mercato editoriale ha dimensioni ridotte e spesso anche i romanzi pubblicati da Mondadori & Co. vendono poche centinaia di copie.

Senza promozione non basta il “marchio”, non basta aver pubblicato per un grosso editore, si resta sconosciuti (e quindi invenduti) lo stesso.

Sintetizzando, per quanto riguarda la narrativa  il bilancio dei grossi editori si fa soprattutto con le “Cinquanta sfumature di grigio” che vendono una milionata di copie e solo in minima parte con la restante massa di autori, magari bravi, magari originali, che raramente arrivano a esaurire la prima tiratura.

Se questa è la realtà nelle grandi case editrici, figuratevi quale può essere la realtà degli editori piccoli e piccolissimi. Quali e quante risorse hanno da mettere in campo per fare promozione?

E, di conseguenza, quanto può realisticamente vendere un loro autore?

Nonostante ciò, ogni tanto (è raro ragazzi, maledettamente raro…), un autore pubblicato da un piccolo editore e lanciato sul mercato senza l’aiuto di significative forme di promozione, riesce a uscire dall’anonimato. Il libro gira. Gira abbastanza da farsi notare da un grosso editore che decide di “mettere sotto contratto” l’autore e di ripubblicare il suo libro, questa volta con la spinta di una vera promozione.

Come succede il miracolo? Attraverso quel fenomeno misterioso e spontaneo che si chiama PASSAPAROLA. Fenomeno evocato e invocato dagli esordienti e dagli “emergenti” in cerca di visibilità, che a esso offrono sacrifici nelle notti di luna piena (eheheheh… vabbè… per dire!).

Perché, nonostante tutto, quella dei lettori è una grande comunità trasversale che va al di là delle differenze di sesso, età, estrazione sociale. La passione comune fa in modo che una operaia sinistroide di Caltanissetta possa convincere, magari con una banale recensione su Anobii, un avvocato di destra di Belluno che il romanzo di uno sconosciuto scrittore di Bari (toh, una città a caso!) è proprio bello e che vale la pena andare a rompere le scatole al libraio di fiducia per fargliene procurare una copia.

Sì, lo so, la sto facendo un po’ troppo “mielosa”, ma in qualche modo è così.

Per questo noi autori poco noti al grande pubblico popoliamo i siti degli amanti della lettura e i social network, nella speranza di innescare il salvifico processo del PASSAPAROLA in modo da raggiungere poco per volta, passettino per passettino, una massa critica di lettori sufficiente a far diventare noto il nostro nome. Cosa che ci permetterà, al successivo romanzo, di avere qualche speranza in più di essere letti.

Altro non può fare, per esempio, uno come me che di soldi da investire in promozione proprio non ne ha.

Il rischio è, chiaramente, quello di strafare e annoiare. Perché è inutile ripetere alle stesse 100 persone una infinità di volte gli stessi messaggi. Anche qui bisogna imparare. Bisogna imparare a frenare, a trovare la misura. E bisogna anche sforzarsi di regalare qualcosa a chi ci legge, magari anche solo un sorriso o delle informazioni o una riflessione. Che è quello che cerco di fare.

Se vi è capitato di leggere un mio libro e non vi è dispiaciuto, regalatemi qualche minuto del vostro prezioso tempo, per raccontare a qualcuno, magari nella pausa caffè, oppure sul vostro social network preferito, che avete “scoperto” un buon romanzo.

Le piccole recensioni su Amazon, su IBS, su Anobii o su FB, hanno la loro importanza. Mattoncini di un plastico che si spera, poco per volta, possa diventare grande.

Io non ho cannoni con cui combattere la guerra della promozione letteraria. Ho solo il buon, vecchio PASSAPAROLA. Ma è anche vero che, come ci ha insegnato Sandokan, a volte si possono vincere grandi battaglie anche avendo a disposizione solo un manipolo di coraggiosi pirati malesi armati di piccoli “kriss” dalla lama ricurva!

TIGROTTI DI MOMPRACEM.... A ME!!!

mercoledì 25 febbraio 2015

Come nasce un romanzo. La genesi di "Extasia".



Ogni romanzo ha la sua storia, la sua genesi.

Extasia è figlio di un periodo di frustrazione.

Dopo la pubblicazione di "Pinocchio 2112" (nel 2009) e di "Luisa ha le tette grosse" (nel 2011), i successivi romanzi inviati in visione a Leone Editore non avevano intercettato i gusti della casa editrice. Ogni volta mi veniva risposto che il lavoro era buono, ma che stavano cercando "altro".

Una situazione frustrante per un autore che vorrebbe affacciarsi con un minimo di frequenza in libreria. Così ho deciso, a mente fredda, a tavolino, di scrivere un romanzo che potesse andare bene per loro.

L’ho vissuta come una sfida: una specie di prova di maturità. “Vuoi fare lo scrittore?” Mi sono detto. “Vuoi farlo sul serio, dimostrare che puoi farlo per mestiere? Allora tira fuori una storia avvincente, piena di azione, di quelle che catturano l'attenzione, una storia che un editore in cerca di titoli con potenzialità commerciali non possa ignorare tanto facilmente”.

Così ho cominciato a lavorare al romanzo.

Nello stesso periodo ero impegnato nella stesura a quattro mani insieme al mio amico Antonio De Santis, sceneggiatore e autore teatrale, della sceneggiatura di un film comico. La mia prima esperienza seria, professionale, in questo campo. Lavorare a una sceneggiatura è qualcosa di totalmente diverso che lavorare a un romanzo. Diversa la prospettiva, diverso il tipo di scrittura, diverso l'obbiettivo finale. Ciò premesso la stesura di una sceneggiatura passa necessariamente attraverso una serie di fasi preparatorie: un primo canovaccio, poi uno "scalettone" con l'abbozzo delle scene, quindi una scaletta più articolata col dettaglio delle scene stesse, per poi finire a riempire quelle scene di contenuto, scrivendo i dialoghi, che sono l'essenza della scrittura per il cinema.

Se la modalità di scrittura è differente, la tecnica di base, però, ha molti punti di contatto con quella che usano numerosi professionisti per impostare e costruire i loro romanzi.

Non che sui romanzi precedenti non avessi fatto un lavoro preparatorio, in alcuni casi anche molto lungo, ma questo si era svolto in gran parte dentro la mia testa; avevo girato e rigirato nelle mente prima l'idea, poi la trama e infine la possibile stesura del romanzo. Inoltre mi era capitato di prendere appunti – certo - di fissare a grandi linee la storia.

Con Extasia, però, al pari della sceneggiatura, ho fatto un lavoro più sistematico, più “tecnico”. Sono partito da una prima bozza, delineando la vicenda a grandi linee, in una specie di iniziale sinossi, per poi scriverne una seconda versione, più descrittiva, lunga diverse pagine. Infine ho preparato una scaletta con gli snodi della trama e le scene salienti. E qui si è concentrata la gran parte del lavoro creativo. A latere poi ho scritto delle brevi schede-personaggio, fissando su carta (e nella memoria) i tratti essenziali, il carattere e la storia personale dei miei protagonisti, in modo da “conoscerli”, capirne la psicologia; in questo modo mi è risultato più facile immaginarne il modo di parlare, di reagire nella varie situazioni in cui poi li ho fatti muovere.

A questo punto sapevo tutto della storia, non come in altre occasioni in cui avevo solo alcune idee di base e delle suggestioni da seguire. E mai come in un romanzo di azione e di avventura è bene sapere cosa sta per succedere e dove si sta andando; la storia deve funzionare come un meccanismo ben oliato, che gira senza incepparsi, senza “buchi” nella trama. Un meccanismo che deve prevedere numerosi “colpi di scena”, cambiamenti di prospettiva, situazioni inaspettate.

La stesura vera e propria del romanzo, a questo punto, è stata veloce e senza particolari difficoltà. Ho scritto Extasia in un paio di mesi e le modifiche successive hanno riguardato solo dettagli secondari e le inevitabili limature del testo. È stata, come si suol dire: "buona la prima". Perché i dubbi erano giù stati affrontati e risolti e il lavoro preparatorio era stato sufficientemente accurato. Non maniacale e super dettagliato, come fanno alcuni autori, ma abbastanza approfondito da permettermi di sapere da dove stavo partendo, dove volevo andare e che strada fare per arrivarci.

Non ho la presunzione di pensare che Extasia sia un romanzo straordinario. Credo e spero sia un buon romanzo, costruito con una certa cura, con personaggi credibili e un buon ritmo. C'è l'ambientazione in un futuro distopico, ci sono le avventure, ma anche i sentimenti e l'evoluzione psicologica dei personaggi e c'è un "cattivo" particolarmente ben riuscito…

Insomma, se doveva essere una prova di maturità, penso di averla superata.

Ho spedito Extasia alla Leone con una certa fiducia. E, infatti, il romanzo è piaciuto ed è stato preso senza problemi.

Così sono di nuovo in corsa: una mia storia è di nuovo sugli scaffali delle librerie.

E io ho più che mai voglia di rifarlo ancora.

 

Attenzione! Leggere provoca gravi conseguenze quali: divertimento e apertura mentale!

 

mercoledì 21 gennaio 2015

EXTASIA (ovvero: i romanzi sono un po' come dei figli…)


I libri per uno scrittore sono un po' come dei figli (in senso figurato, ci mancherebbe!); del resto certe volte non bastano nove mesi per "partorirne" uno.

Quando si ha una famiglia numerosa è inevitabile che l'emozione della nascita vada un po' stemperandosi, via via che i figli vengono al mondo. Così succede anche con i libri.

Perciò se prima dell'uscita di "Pinocchio 2112", il mio primo romanzo, ero uno di quei padri isterici che vanno avanti e indietro fuori dalla sala parto, oggi sono un padre teso, ma presente a se stesso, che attende in modo composto la nascita del suo quarto figlio.

Infatti a partire dal 18 febbraio 2015, arriverà in libreria EXTASIA, il mio quarto romanzo. Il terzo su carta. Di nuovo con Leone Editore e, di nuovo, a distanza di cinque anni, un romanzo con ambientazione fantascientifica.

Per la verità le distinzioni di genere mi hanno sempre interessato poco. Né ho mai avuto la presunzione o la velleità, come autore di fantascienza, di scrivere qualcosa di assolutamente rivoluzionario o innovativo. La mia attenzione, le mie energie, sono concentrate sui personaggi, sulla trama, con la speranza di consegnare ai lettori (siano o meno appassionati di fantascienza) una storia avvincente.
 
Questo aspira a essere EXTASIA, col suo racconto delle vicende di Dany ed Eva, fratelli adolescenti in fuga dal padre psicopatico, sullo sfondo di un mondo sfatto e morente.

Non ho avuto bisogno di immaginare eventi straordinari e inattesi per disegnare il futuro in cui è ambientata la storia, mi è bastato – purtroppo – portare alle estreme conseguenze i meccanismi distruttivi oggi già in atto: inquinamento, crisi economica, perdita di solidità e di coesione dei sistemi-stato.

La città senza più elettricità, senza più un governo, preda delle bande criminali, invasa dalle droghe (tra cui spicca l'EXTASIA del titolo), devastata da nuove malattie per le quali nessuno è più in grado di trovare delle cure, è uno scenario tristemente probabile, quasi obbligato, se la nostra società non saprà trovare il modo di cambiare rotta.

La triste banalità del male, direbbe qualcuno.

Vedremo se e come saprà camminare questo nuovo nato.

Mi piace molto che, con l'uscita di EXTASIA, Leone Editore abbia deciso di pubblicare anche un'edizione economica di "Pinocchio 2112", in un'ideale staffetta tra i due romanzi, per chi fosse curioso di leggere anche questo primo libro che ha collezionato davvero buone recensioni sul web e sui social network dei lettori (Anobii e Goodreads), nonostante abbia scontato la circostanza di essere stato una delle prime pubblicazioni della Leone Editore, quando ancora la casa editrice non aveva una buona distribuzione e un nome conosciuto.

Mi faccio da solo un in bocca al lupo. Nella speranza che i romanzi, come i figli, imparino a camminare con le loro gambe e possano andare lontano.

O, comunque, abbastanza lontano da finire nelle vostre mani.
 
VAI PICCOLO! SPACCA IL MONDO!!!
 

giovedì 27 novembre 2014

I GIORNI SONO ACQUA


I giorni sono acqua.

Scorrono veloci. Cerco di trattenerli, ma con un setaccio. Lavoro inutile e stupido, quindi. Mi passano tra le dita uno dopo l'altro e ogni giorno rimanda il suo senso al successivo.

Oggi non ho potuto… oggi non ho saputo… oggi non ho fatto… oggi non ho detto…

Ma domani!

Poi domani niente. Domani è come oggi. Acqua in un setaccio.

Non restano pagliuzze dorate nel mio setaccio, come nei giorni fortunati nei setacci dei cercatori d'oro del Klondike (quando sento "Klondike" mi viene sempre in mente Zio Paperone, a voi no?).
 
In gran parte è colpa mia, chiaro. Non so vivere il presente, solo proiettarmi nel futuro. Tipico di chi da sempre vive di sogni. Immaginare, immaginare, immaginare. Una propensione utile per uno che scrive, diciamo pure necessaria. Un po' meno utile quando, invece che scrivere, si dovrebbe vivere.

Provo a convincermi che non è solo colpa mia. Che dipende anche da come si è strutturato questo mondo, dalla velocità innaturale che ormai lo contraddistingue, dalla bulimia di stimoli e impegni che strozza e soffoca le nostre vite. Troppe cose, troppi oggetti, troppe variabili, troppe connessioni. Per tempo immemorabile ci siamo mossi, abbiamo lavorato, abbiamo agito a una velocità di crociera più umana, più ragionevole. Fatica, sudore e lavoro, ma con la possibilità di alzare la testa, tergersi la fronte, guardare l'orizzonte. Oggi viviamo a testa bassa. Il nostro orizzonte, spesso, è quello della foto che abbiamo messo sul desktop dello smartphone.

Non lo so, magari cerco solo scuse.

Per le cose non dette, gli abbracci mancati, le decisione rinviate.

Di tanto in tanto riesco a tappare un po' di buchi, a ridurre la portata d'acqua nel setaccio, a recuperare qualche scampolo di tempo sprecato. Di rincorsa, in recupero. Salvataggi in corner in scivolata. Come un calciatore scarso che cerca di arginare il campione sfuggente che gli è stato dato da marcare. Perché faccia un gol di meno, per una sconfitta più onorevole. Tutto qua.

I giorni sono acqua.

E io una volta nuotavo meglio.
 
Forse non è stata una buona idea lasciare quel posto al Catasto...
 

mercoledì 12 novembre 2014

IL LETTORE CREATIVO


Il romanzo, come un quadro, è un'opera aperta.

La scrittura è la metà di una mela, la cui metà mancante è nella mani del lettore.

Anzi, a ben vedere possono esserci una infinità di mele differenti, a seconda della chiave di lettura (della creatività, appunto) del lettore, per cui diciamo allora che lo scrittore possiede la metà di un frutteto e che i lettori detengono ognuno la metà mancante di un singolo frutto di quel frutteto.

Molti scrittori vivono con sofferenza questa realtà. Si sforzano disperatamente di chiarire il proprio punto di vista, di esporre nel modo meno equivoco possibile la loro storia, nel timore che il lettore "non capisca".

È un atteggiamento molto umano e molto comprensibile , ma perdente e sostanzialmente sbagliato.

Perdente perché è impossibile "guidare" la mente del lettore, sbagliato perché così facendo lo scrittore, senza volerlo, rischia di castrare la sua opera e privarla delle mille sfaccettature che i lettori saranno in grado di scoprirvi. Sfaccettature che l'autore, pur avendo scritto la storia, non è in grado di vedere.

Venendo alla mia esperienza personale, mi è successo più volte di confrontarmi con lettori che mi hanno dato una chiave di lettura per me assolutamente imprevista dei miei romanzi. Non ho difficoltà a confessare che in alcuni casi è scattata istintiva la considerazione silenziosa: "non ha capito niente…".  In altri casi, invece, l'interpretazione della mia storia datami da un lettore è risultata illuminante, nel senso che solo in quel momento e solo grazie a quel commento, sono arrivato a capire, a posteriori, le reali motivazioni che mi hanno mosso a scrivere quella certa cosa.

L'attività della scrittura, infatti, pur così meditata, frutto di limature e aggiustamenti, per cui il romanzo che il lettore si trova tra le mani è il risultato talvolta di infinite modifiche e cambiamenti rispetto alla stesura originale, conserva comunque una forte componente inconscia, si sviluppa nella mente a un livello profondo che non sempre l'autore riesce a indagare fino in fondo.

È la classica, affascinante, esperienza che ogni autore fa in alcuni momenti di particolare "ispirazione" (ammesso che l'ispirazione esista) quando la storia fluisce da sola dalle dita e chi scrive è quasi più simile a un lettore che a uno scrittore, nel senso che resta a osservare con sorpresa l'idea che la sua mente ha partorito, lo sviluppo imprevisto della trama, la descrizione inaspettatamente vivida di una scena, la battuta di dialogo in precedenza mai immaginata che salta fuori, perfetta, credibile ed efficace non si sa bene da dove.

Perciò, se la scrittura è un processo che si svolge, in parte, in una regione non del tutto cosciente della nostra mente, può benissimo essere che un lettore attento e sensibile sappia cogliere persino meglio dell'autore alcuni nessi, alcune sfumature, alcune motivazioni che fanno da spina dorsale della storia narrata.

Insomma lo scrittore dovrebbe comportarsi coi propri romanzi come il genitore ideale, che dovrebbe fare di tutto per dare a un figlio i migliori strumenti possibili per capire il mondo e se stesso e poi, al momento giusto, farsi da parte e lasciarlo andare, lasciare che cammini con le proprie gambe smettendo di cercare di guidarlo o di condizionarlo.

Esattamente quello che i genitori, nella realtà, non riescono a fare.

Così come gli scrittori.

Ovviamente.
APRIRE UN ROMANZO E' APRIRE UNA FINESTRA SU UN MONDO
 

martedì 14 ottobre 2014

Il corpo e l'amore



L'età non è che fa sconti. Non capita mai che vada all'indietro. Perciò il nostro corpo non è che migliori. Pian piano invecchia, c'è poco da fare. Per ora non ancora in modo drammatico ma, insomma, invecchia.

Una coppia di lungo corso lo sa bene. Ognuno vive la lenta, bastarda trasformazione del proprio corpo ma, di riflesso, anche la trasformazione del corpo dell'altro.

Ci deve essere amore, ci deve essere affetto, ci deve essere stima. Ci debbono essere un sacco di cose per vivere con sufficiente serenità questo lento, inevitabile declino.

Bisogna amarsi abbastanza da amare il corpo di chi ti sta di fianco come il tuo. Come il tuo appunto, nel senso che devi continuare ad amare anche il tuo corpo, non deve diventare solo una confezione in cui è incartata la tua anima. Gli devi volere un po' di bene anche se lo guardi allo specchio e non lo riconosci. Gli devi volere bene anche se non è più bello, punto e basta.

Quando ero ragazzo mi sembrava strano, persino indecente, vedere due anziani scambiarsi effusioni. Mi sembrava che quella dell'amore fisico, del sesso, fosse una stagione legata indissolubilmente alla giovinezza, che fosse destinata per sua natura, a cessare con lo sfiorire dei corpi.

Idea stupida. Come molte delle idee che si hanno da giovani. Anche se su quelle idee ci imposti la vita, salvo poi, diventato adulto, capire che non avevi capito. Ma questo è un altro discorso.

Per fortuna, invece, l'amore e l'attrazione e il sesso sono dentro la testa e vivono in una dimensione che si serve dei corpi, ma non è i corpi. Che è poi il motivo del grande successo del sesso virtuale. Ma anche questo è un altro discorso.

Dove non arriva più la tonicità della pelle e dei muscoli, dove non arriva più lo splendore dei sorrisi e dei capelli, dove non arriva più il vigore delle energie strabordanti, può arrivare la complicità e l'amore.

Con la mezza età, insomma, il sesso ha ancora più bisogno del sentimento.

I giornali per "donne liberate", invece, suggeriscono piuttosto la via della trasgressione. Per carità, sul piano pratico funziona pure quella e può anche essere divertente. Ma pensare di tenere in vita una coppia con iniezioni di completini e gite al sexy shop mi pare una pia illusione, una battaglia di retroguardia, una lenta ritirata.

O, comunque, il gioco e la trasgressione hanno senso solo in un contesto in cui io e te siamo una coppia che gioca e non, invece, se io sono io e tu sei tu e giochiamo insieme solo perché siamo gli unici ospiti della ludoteca.

Non so le altre coppie: ognuno ha la sua alchimia, i suoi meccanismi.

Io il nucleo del nostro amore lo ritrovo in certi sguardi. È lì, intatto, giovane, nei nostri occhi.

Vedo una luce quando mi guardi in un certo modo che è sempre la stessa.

Al punto che mi pare quasi di sentire l'ansia sottile degli esami di stato ancora da fare.

Io ho sempre la mia vespa scassata, che fra poco mi fregheranno davanti all'ingresso della pineta, mentre stiamo su una panchina a pomiciare e tu hai sempre il tuo fazzolettino annodato al collo sottile.

E ridi, come sai ridere solo tu.

E io mi sento felice.

 
...ailloviù!!!