mercoledì 24 ottobre 2012

SENZA TE

Come farò senza di te amore?
Come farò senza la tua voce armoniosa che mi urla di non poggiare i piedi sul tavolinetto del salotto, di non lasciare le calze in giro, di non aprirmi una birra prima di cena, di cambiarmi la canottiera, di spegnere la sigaretta, di accendere la lavastoviglie, di andare a buttare la spazzatura, di cambiale canale che la partita è una palla e di là c’è il Festivalbar?
Come farò?
Al solo pensiero….
Al solo pensiero mi viene da esultare così forte che ho paura che mi scoppi una vena!




EVVAIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!

mercoledì 17 ottobre 2012

Vorrei che tu venissi

Vorrei che tu venissi…
Che finisse questa attesa, che si sciogliesse la tensione, che  finalmente  tutto fosse compiuto.
Vorrei che tu venissi…
Che la notte digradasse al giorno, che le stelle lasciassero spazio al sole, che l’alba ci ritrovasse addormentati…
Vorrei che tu venissi…
Che non fosse più ansia, più incertezza, più paura…
Vorrei che tu venissi…
Invece, porca miseria, hai visto?
Anche stavolta sono venuto prima io!


            ----------------------------------------------------------------------------------------


...lo so cosa state pensando ma no, NON si tratta di un pezzo autobiografico :-))))


Per quelli che hanno questo tipo di problemi: suggerimento su come ricordarsi come si chiama, la mattina dopo...

lunedì 17 settembre 2012

Case Editrici a pagamento.

Case Editrici a pagamento. Una contraddizione in termini. 
Oggi ho la fortuna di pubblicare con editori seri, ma in passato ho ricevuto e scartato molte proposte "indecenti", per cui è un argomento di cui posso scrivere con cognizione di causa. L'occasione per tornare sul tema è stato uno scambio di mail con un amico, aspirante scrittore, reduce da una cocente delusione (sperava di essere a un passo dalla pubblicazione del suo primo romanzo, e invece...). Mi è dispiaciuto e mi è tornata la rabbia.
E siccome a volte un racconto è più efficace di una discussione...

***********

La mail occhieggia languida e invitante.
Resti lì a leggerne e rileggerne l’oggetto, senza il coraggio di aprirla, a bocca aperta, come neanche davanti alle foto di Pamela Anderson.
Perché tu sei uno scrittore (vabbè, insomma, non è che hai mai pubblicato niente, ma adori scrivere, hai scritto ben due, dico DUE romanzi per cui, sì, nei tuoi sogni sei già un po’ collega di Camilleri) e la mail proviene nientepopodimenoche da un editore. Meglio ancora: è la risposta di un editore a una tua mail con la quale gli hai mandato in visione uno dei tuoi romanzi.
Ti avevano detto che gli editori ci mettono mesi e mesi prima di leggere quello che ricevono e che, se il libro non gli interessa, non rispondono nemmeno: lo cestinano e basta.
Per cui, se invece ti hanno risposto… e ti hanno risposto così presto… allora… forse…
Anche se cerchi di tenere brutalmente a freno la fantasia, nella mente passano fulminee immagini di te seduto sulla poltrona delle interviste dell’ultimo programma TV di Fazio, mentre disquisisci con distaccata ironia del tuo formidabile romanzo di esordio, vero caso letterario del secolo; di te che butti giù un sorso di liquore Strega direttamente dalla bottiglia, come tradizione dei vincitori dell’omonimo Premio Letterario; di te che ti fai bello a una presentazione del tuo libro con alcune giovani lettrici adoranti; di te che una di quelle giovani lettrici adoranti te la rimorchi, la porti in un motel e…
GLOM! (ingoi a vuoto).
Forza, non si può più aspettare. Cerchi di convincerti che tanto non sarà niente, tanto sarà un rifiuto, tanto… (temi una bruciantissima delusione).
Doppio clic! Si apre la benedetta mail.
Gli occhi si sgranano all’infinito, diventando grandi come due sottobicchieri di peltro, mentre fioriscono davanti a te le esatte parole che hai sempre sognato di leggere: “Gentilissimo autore”; “… i nostri più vivi complimenti… “; “… opera di rara originalità…”; “…stile personale ed efficace…”; “…plot intrigante e avvincente…”; “… grandi prospettive…”; “…fantastici destini…”; “… chi più ne ha più ne metta…”; “… e bla, bla, bla…”; “… e ancora bla…”.
Stai tremando. Non capisci neanche bene cosa dicono. Capisci solo che sono entusiasti del tuo romanzo.
Il tuo romanzo. Già… ma quale dei due gli hai mandato? In questo momento, emozionato come sei, non te lo ricordi. Hai spedito mail a diverse case editrici. Boh. Devi andare a controllare.
Apri la cartella della “posta inviata” con l’indicatore del mouse che ballonzola avanti e indietro secondo gli sghiribizzi della tua tremarella e individui finalmente la mail originale, alla quale hai allegato il testo mandato in visione.
Quale dei due? Hai mandato l’introspettivo e delicato “Inaspettate espettorazioni” o il potente e coraggioso “Storia di un vicecapufficio che non teme di fare alcune oculate critiche al suo superiore?”.
Ti blocchi interdetto. Perché il testo che hai allegato non ha né l’uno né l’altro titolo. Hai allegato invece un documento di Word dal titolo “Promemoria”. Resti come un ebete a fissare la mail. Promemoria? Porca paletta! Nella fretta, imbranato come sei col computer, invece di allegare il file di uno dei romanzi hai allegato un altro file contenuto nella cartella documenti! Ma di cosa si tratta? E’ forse un vecchio racconto che neppure ti ricordi di avere scritto? Oppure la bozza di un altro romanzo…
Spezzi finalmente l’immobilità. Doppio clic sull’allegato. Si apre un documento Word.
Lo riconosci subito: è il dettagliato promemoria in più pagine che, paranoico come sei, hai buttato giù l’estate di due anni fa prima del fine settimana a Parigi con tua moglie. Un promemoria pieno di ripetizioni e di errori di battitura in cui hai messo nero su bianco, in modo maniacale, da buon ansioso, tutto quello che dovevate portare, per paura di dimenticare qualcosa (“… quattro paia di mutande di ricambio…”; “… la crema per le emorroidi…”), e elencato i posti da visitare (“… mezza giornata al Louvre, che sennò mio cognato ci prende per il culo se non ci andiamo…”; “… una giornata a Eurodisney…”; “… non più di due ore alle Gallerie Lafayette, che sennò mia moglie si spende la liquidazione…”).
Diventi rosso fino alla radice dei capelli. Hai mandato alla casa editrice quella roba? E loro…
Torni precipitosamente alla mail che ti hanno mandato e allora, solo allora, la leggi con sufficiente lucidità, fino in fondo.
Ed ecco che, dopo la sfilza di salamelecchi, cominciano a dirti che, nonostante tu sia praticamente il nuovo Calvino resuscitato e tornato tra noi, la realtà del mondo editoriale italiano è difficile, la gente è brutta e cattiva, i lettori sono bastardi che non capiscono l’arte - mentre loro sono dei santi editori che lavorano non per profitto, ma per filantropia - ma, insomma, ecco, nella misura in cui, tra le righe, a prescindere, e bla, bla, bla e ancora bla, sono dispostissimi a pubblicarti e a lottare fino alla morte al tuo fianco a patto che anche tu dimostri “fattivamente” di credere in te stesso e nella tua arte, partecipando alle spese di pubblicazione con un modesto contributo che non è nemmeno il caso di quantificare in questa sede, che potrete concordare nella telefonata (a tuo carico) che è bene tu faccia immediatamente, senza frapporre indugio e che, comunque, non c’è alcun problema perché sono convenzionati con la Banca del Boccalone che eroga prestiti fino a diecimila euro anche ai pluripregiudicati protestati a cui siano state mozzate le mani in paesi islamici dove vige ancora la legge del Taglione.
Mentre i tuoi occhi, tornati piccoli come sfinteri anali di formica, leggono le ultime righe, le tue orecchie registrano un rumore di bilie che rotolano sul pavimento.
Non hai bisogno di girarti per sapere che sono le tue palle, cascate giù, con cui il gatto di casa gioca, facendole correre con la zampina lungo il corridoio…

CIOE' MI STATE DICENDO CHE VOI PRENDETE IL MIO LAVORO E CHE A PAGARE SONO IO???

venerdì 27 luglio 2012

La lettera delle royalties

L’ha tenuta sul comodino tutto il giorno.
L’ha presa in mano un paio di volte, poi l’ha rimessa giù. Senza aprirla.
E’ solo una lettera. Secondo le leggi della fisica è leggera. Secondo altre leggi, non scritte, è maledettamente pesante. Sa di cosa si tratta, la stava aspettando: è la lettera con cui la casa editrice gli comunica ufficialmente quante copie ha venduto l’anno precedente del romanzo che ha pubblicato e, di conseguenza, quanto gli spetta di royalties.
In pratica è la sua pagella. Quella che dirà, brutalmente, com’è andata la sua prima avventura editoriale al di là delle pacche sulle spalle degli amici e delle lodi preconfezionate dell’editore; al di là delle due o tre recensioni non malvagie collezionate su internet e della manciata di lettori che hanno aggiunto il suo libro sui siti per appassionati di lettura.
Lo sa benissimo, lo ha capito che il suo piccolo romanzo d’esordio, che gli è costato ansia e fatica, non ha certo fatto il “botto”. Come ampiamente prevedibile è stato solo uno dei tanti romanzi sfornati e triturati dalla bulimica macchina editoriale nazionale che, nonostante pianga perenne miseria, riversa ogni anno sul mercato migliaia di titoli che, bene che vada, restano nelle librerie per lo spazio del ritorno delle mestruazioni di sua moglie e vendono, il più delle volte, un numero di copie persino inferiore al numero degli amici e dei parenti più prossimi dello scrittore.
In pratica qualche cugino, bastardo, il libro fa solo finta di leggerlo.
Del resto è consapevole che il “genere” del suo romanzo non è di quelli che fanno sfracelli in termini di vendite. Non si tratta, infatti, né di un trillerone in salsa di serial killer né di una storiacchiona infarcita di misteri e di Templari. Più banalmente è l’ennesimo romanzo di formazione che parla dell’infanzia sfigata di un ragazzino timido, figlio della piccola borghesia, in una città di provincia.
Preso atto e accettato che di “piccolo cabotaggio” si tratta, non gli resta che sperare si tratti di un piccolo cabotaggio dignitoso. L’editore (uno - incredibile ma vero - che non gli ha chiesto soldi sottobanco) gli ha fatto capire che riterrebbe un successo esaurire la prima tiratura di mille copie, ma che per rientrare dalle spese basterebbe venderne 300, meglio magari 350.
Fino a ieri diceva a se stesso che si sarebbe ritenuto soddisfatto di raggiungere quota 500. Gli sembrava un bel risultato, paragonato alle vendite medie degli autori che pubblicano con un piccolo editore. Oggi, con la busta che lo aspetta pazientemente sopra il comodino, silenziosa e infida, gli pare che anche 300 copie andrebbero bene. Magari anche 250. Magari pure 200, che poi nel corso del prossimo anno se ne potrebbero vendere delle altre e…
L’orologio segna le 22,00. Si mette il pigiama, va in bagno, si lava i denti.
Infine eccolo lì. Seduto sul bordo del letto. Non si può più aspettare.
Una volta deciso, prende la lettera con improvvisa frenesia. La straccia con mani non molto ferme e tira fuori l’unico foglietto che contiene. E’ ripiegato in tre. Lo apre piano, si può dire che lo “spizza” come il giocatore di poker che scopre poco per volta le carte che ha ricevuto in sorte.
Legge il numero. Gli cadono le braccia. Lo rilegge di nuovo. Forse non è quello giusto… Forse…
No. E’ proprio il numero giusto. C’è scritto 98.
Nel corso del primo anno di pubblicazione ha venduto 98 copie del suo romanzo. Neanche 100. Non è neanche arrivato a fare “conto tondo”. Porca miseria! A saperlo se le sarebbe comprate lui, di tasca sua quelle 2 maledette copie mancanti.
Quanto sono gli amici e i parenti? Non ha una famiglia molto numerosa. Non ha un gran giro di amici (mai come in questo momento vorrebbe essere uno di quei tipi estroversi che conoscono mezzo mondo, invece che il classico timido che frequenta la stessa cerchia di persone da una vita). Un paio di volte si è messo a fare il conto. Diciamo che amici e parenti avranno comprato un’ottantina di volumi?
Insomma. Il suo libro, in libreria, ha venduto sì e no quindici copie.
Eccolo qua, nero su bianco. L’ennesimo esordiente senza fortuna. Uno dei tanti. Né meglio né peggio della maggior parte degli altri. Se si trattasse di una pagella scolastica sua mamma lo prenderebbe per le orecchie e gli direbbe che se lo può scordare il motorino.
Continua a scorrere il foglio. A questo punto il bicchiere bisogna berlo fino in fondo. Legge così anche l’ammontare delle “famose” royalties. Gli viene fuori una risatina involontaria, una specie di pernacchia tra le labbra. Con quella cifra farà fatica a portare sua moglie a fare una pizza.
In quel mentre lei entra nella stanza. Anche lei in pigiama, struccata, pronta per andare a dormire.
Le basta uno sguardo.
Non dice niente. Si infila nel letto. Lui poggia la lettera; a sua volta si mette giù. Spegne la luce sul comodino. La stanza casca nel buio.
<Vieni qua…> mormora lei.
Lui ci va. Lei lo abbraccia e lo tiene stretto.
<Non mollare. Vedrai che il prossimo andrà meglio, sono sicura!>
Lui non è altrettanto sicuro. Nonostante ciò lo sa che non mollerà. Non ha dubbi su questo. Non mollerà perché scrivere gli piace, perché scrivere è importante, perché lo ha fatto per anni anche solo per se stesso, anche quando un editore non ce l’aveva. Non mollerà perché le storie da raccontare non gli mancano e le parole neppure, perché è sempre piena di parole quella sua testa un po’ spelacchiata che ora sua moglie accarezza con dita leggere. Scriverà perché il mondo così com’è non gli basta e non gli basterà mai e ha bisogno di masticarlo, digerirlo e risputarlo nel modo in cui sanno fare (bene, male, abbastanza bene) le sue dita sui tasti di una tastiera.
Sì. Il prossimo andrà meglio. Ha già una bellissima trama in testa.
Sua moglie lo bacia. Ha le labbra calde. Le mani si muovono a memoria. I corpi conoscono le regole.
Grazie amore mio per questo amore fatto con amore.
Sì…
Fanculo al mondo!
Il prossimo romanzo sarà bellissimo!


P. S.

questo pezzo non è strettamente autobiografico (per fortuna il mio primo romanzo il primo anno ha venduto un po' più di 98 copie) ma lo stesso, in qualche misura, parla anche di me; diciamo che ogni scrittore non famoso ci si può riconoscere :-)


"QUANTO GLI DIAMO A 'STO FREGNONE DI SCRITTORE? UN FIORINO?"

venerdì 6 luglio 2012

Romanzi & coliche.

Ho in testa una bellissima storia.
E’ lì da quasi un anno, nel corso del quale è cresciuta, poco per volta, come una piantina, come un cucciolo, come gli interessi del mutuo, e ora sta seduta in un angolo e spesso neanche mi accorgo che c’è; poi all’improvviso, nel bel mezzo di un altro pensiero, mi torna in mente e allora la riguardo con affetto e mi sento insieme bene e male. Bene perché è come avere un piccolo tesoro in banca a cui sai che potrai attingere; male perché la storia ormai è abbastanza cresciuta e sarebbe arrivato il momento di metterla nero su bianco, di darle una forma, e invece non trovo il tempo, perché il poco che riesco a dedicare alla scrittura è sempre riservato a altro: ci sono le bozze di un precedente lavoro da rivedere, c’è un racconto da scrivere per un concorso, c’è il blog da aggiornare, c’è una recensione da abbozzare.
Una storia come quella che ho in testa non si può scrivere nei ritagli di tempo, richiede un periodo tutto per sé, bisogna dedicarle la giusta attenzione, immergersi nella trama, seguirla, svilupparla con la necessaria regolarità.
Cerco di tranquillizzarmi ripetendomi che non devo avere fretta, che prima o poi troverò il modo di scriverla, ma intanto mi vengono pensieri assurdi, demenziali, del tipo: e se morissi stanotte nel sonno? E se prendessi un colpo in testa e mi svegliassi con la memoria azzerata? E se l’Italia finisse sotto una dittatura che vieta la pubblicazione di qualsiasi libro tranne quelli con cui Bruno Vespa tesse le lodi del Grande Dittatore?
Scrivere è così: una mediazione dolorosa tra l’effervescenza della mente che immagina a profusione e la stitichezza della mano che traduce faticosamente l’idea in fogli scritti. E la stitichezza e tanto più ostinata quanto più la vita dello scrittore è occupata da mille altri impegni, primo fra tutti quello di procurarsi da vivere, visto che di scrittura non campa quasi nessuno.
Certe volte mi prende l’angoscia e mi convinco che non riuscirò più a scrivere un romanzo, che sarò destinato in futuro a “espellere” al massimo qualche racconto e qualche frettoloso post su internet. Invece poi succede di nuovo; in qualche modo miracoloso la storia si alza dall’angolo della mente in cui è stata seduta per tanto tempo e comincia a venire fuori dalle dita. Per vie misteriose trovo le ore in cui portare avanti il lento lavoro del romanzo, spesso rubandole a altro, perché non ci sono alternative: il giorno non si può dilatare come un palloncino che gonfi d’aria.
Da un lato i sensi di colpa, dall’altro l’urgenza di "evacuare" finalmente la storia.
Sì lo so che non è elegante la metafora del romanzo/colica e che sarebbe stato più poetico usare l’abusata metafora del romanzo/parto, ma rende bene l’idea: con la stessa urgenza con cui la colica deve “sfogare” anche il romanzo deve per forza venire alla luce. Sennò la bella storia diventa una dolorosa fissazione, il piccolo tesoro tenuto da parte diventa un pesante debito da pagare.
Decisamente è arrivato il momento. Dovrò assolutamente trovare il modo di liberarmi di questa storia. E sapete perché?
Perché nel frattempo me ne sta già venendo in mente un’altra bellissima!



Giovane scrittore intento a "liberarsi" dalle sue storie.

lunedì 18 giugno 2012

La Nazionale

Una volta mi piaceva molto il calcio.
Sono sempre stato una “pippa” a giocare, ma da ragazzo mi piaceva guardare le partite, anche le più stupide, facevo il tifo con passione, mi accaloravo, ci stavo male quando si perdeva e potevo discutere per ore con menti bacate come la mia di tattiche, formazioni e altre amenità del genere.
Poi sono successe tre cose: a) sono cresciuto; b) i calciatori si sono trasformati da atleti che calciano una palla a superstar infarcite di soldi che popolano i tabloid; c) sono arrivati i vari scandali su partite truccate e imbrogli vari.
E il calcio è precipitato nella classifica dei miei interessi.
Ogni tanto guardo ancora le partite. Se lo chiedete a mia moglie dirà probabilmente che ne guardo “un sacco”, perché a lei il calcio fa schifo e si innervosisce quando occupo il televisore, ma in tutta coscienza non credo che una media di un paio di partite al mese possa definirsi “un sacco di partite”.
A testimonianza di come la mia passione sia drasticamente calata non ho nessuna TV a pagamento e vedo solo le partite che trasmettono alle TV dei poveri, cioè sulla RAI o su Mediset.
Però…
Però c’è un però.
E questo però sono i campionati del mondo o i campionati d’Europa quando gioca la Nazionale.
In queste occasioni torna a galla qualcosa di nascosto, di sepolto sotto strati di disillusione e di stanchezza.
In queste occasioni, quando suona l’inno nazionale e la telecamera fa la carrellata sulla faccia beota dei nostri ragazzotti in mutande (firmate), torno a sentire qualche farfalla nello stomaco.
In queste occasioni, per lo spazio di due tempi da 45 minuti l’orologio biologico va indietro e io ho di nuovo gli anni del liceo e può capitare che dica delle cose che è meglio che i miei figli non memorizzino.
In quelle occasioni mia moglie mi guarda scuotendo la testa, con quel misto di pena e tenerezza che si prova per i mariti mentecatti.
Ma non importa.
Datemi una bandiera e un sacchetto di vecchie illusioni e non telefonate.
Se volete parlare con Silvio adulto siete pregati di chiamare dopo la fine della partita!

Per quelli della mia generazione: "LA" Nazionale per eccellenza!



mercoledì 23 maggio 2012

OI DIALOGOI (brevi dialoghi illuminanti)

I dialoghi.
Vi è mai capitato di captare in un bar, nel treno, per strada, un brandello di conversazione, magari un paio di battute soltanto, e di trovarle illuminanti, nel senso che quel poco che avete sentito basta e avanza a capire il tenore dell’intera conversazione e magari anche la personalità di chi sta parlando?
Interi racconti condensati in due o tre frasi.
E questo vale, naturalmente, anche quando si parla di libri…

***

Dialogo #1  (per la serie: ma “scrittore” è un mestiere?)
“Che fai nella vita?”
“Scrivo romanzi”
“No, intendevo di lavoro, che fai nella vita?”
“Te l’ho detto, scrivo romanzi”
“Quindi tua moglie lavora per tutti e due…”

Dialogo #2  (per la serie: in treno mi metto a leggere così non mi rompe nessuno)
“Ciao io sò Marco”
“Ciao sono Antonella”
“Vedo che stai a leggere…”
“Sì, è la mia passione”
 “Ma dimme un po’, oltre a leggere fai anche qualcosa di divertente nella vita?”

Dialogo #3  (per la serie: le mamme non ti prendono mai molto sul serio)
“E basta, chiudi quel computer e vieni a tavola!”
“Ma mamma: sto scrivendo!”
“Ma che scrivendo e scrivendo, che la frittata si fredda!”

Dialogo #4  (per la serie: fini intellettuali a confronto)
“Non trovi che il mio ultimo romanzo sia pervaso da un alone kafkiano?”
“E tu non trovi che il mio abbia la complessità di un opera proustiana?”
“Sì ma il mio…”
“Beh, anche il mio…”
“I signori scusino se interrompo: gradite il rognone con le cotiche dopo la coda alla vaccinara?”
“Ovvio, cazzo!”

Dialogo #5  (per la serie: ma sei sicuro che volevi invitare a cena proprio me?)
“Hai letto il nuovo libro di Roth?”
“Il terzino del Bayern?”

Dialogo #6  (per la serie: l’inglese, questo unknown)
“Ti vedo strano, sembri assente…”
“Scusa, è che ho in testa questo plot che…”
“Oh Signore! Ma hai già fatto la risonanza magnetica?”

Dialogo #7  (per la serie: nutrirsi di cultura)
“E ora, al termine della presentazione, l’autore è a disposizione per le domande del pubblico!”
“…”
“…”
“Ehm… chi vuol rompere il ghiaccio?”
“Io!”
“Perfetto: cosa voleva chiedere?”
“Quando comincia il buffet?”

Dialogo #8  (per la serie: segreti difesi con le unghie e coi denti)
“E ora, per chiudere l’intervista, posso chiederle quante copie ha venduto del suo ultimo romanzo?”
“Ehm… vi ho mai raccontato del figlio segreto che ho avuto con la Regina d’Inghilterra?”

Dialogo #9  (per la serie: grandissima considerazione dei propri mezzi)
“Ho letto il suo romanzo. L’ho trovato noioso, sciatto, volgare, pieno di refusi e pretenzioso”
“Ma a parte questi dettagli le è piaciuto?”

Dialogo #10  (per la serie: biografie di sportivi famosi)
“Lei è il mio calciatore preferito! Me lo fa l’autografo sul libro?”
“Mi spiace, non so scrivere. Le faccio una rovesciata? Va bene lo stesso?”


Esempio di illuminante dialogo telematico!