giovedì 5 aprile 2012

Cinque (im)perdibili consigli per comprare sempre il libro ideale!

La crisi incalza. I libri costano.
Aumenta, perciò, l’ansia di sbagliare l’acquisto e ritrovarsi tra le mani due o trecento inutili fogli rilegati che non si possono riciclare né per fare liste della spesa (dannazione! Sono già scritti) né come carta igienica (maledizione! Poi mi resta un paragrafo tatuato su una chiappa!).
So per certo che ad alcuni di voi la questione non interessa, ma niente paura: anche per i ladri di libri che si riempiono le tasche e poi escono senza pagare ho in serbo in futuro post interessanti.
Ci sono, comunque, delle tecniche, dei metodi, dei trucchi a cui si può ricorrere per essere certi di uscire dalla libreria (fisica o virtuale) con il libro giusto, che non deluderà le nostre attese.

Siccome sono generoso, ve li illustro:

1)      Se siete uno spocchioso finto-intellettuale che schifa sistematicamente il best seller del momento, entrate grazie all’aiuto di un amico hacker  (chi non ha al giorno d’oggi almeno un amico hacker a portata di mano?) sul sito IBS, o Amazon e controllate qual è il libro più sfigato, quello che nessuno si è neanche mai sognato di comprare, e acquistate esattamente quello! Niente paura, non dovete leggerlo per davvero, vi servirà solo da esibire nei circoli culturali che frequentate (non avendo nessuno da invitare a “bere qualcosa” nella speranza di finire poi sul sedile posteriore della vostra macchina…) per far vedere quanto siete alternativo e fuori dagli schemi. Se però il libro più sfigato di tutti dovesse essere, per esempio, un libro di automedicazione sulla gonorrea, mi sentirei di consigliarvi di acquistare il penultimo in ordine di sfiga.

2)      Se siete analfabeti e fate finta di essere appassionati di letteratura solo per far colpo sulla biondina che avete conosciuto in palestra, il libro perfetto per voi è il più grosso e pesante che riuscirete a trovare in libreria; tranquilli, non lo dovete leggere per davvero: semplicemente mentre lo tenete in mano, facendo finta leggere, sarà del peso giusto per fare gli esercizi per potenziare il tricipite.


3)      Se siete una romanticissima ragazza che piange come una fontana anche quando nei cartoni animati i Pokemon ritrovano la loro padroncina, lasciatevi guidare dal senso cromatico: il libro giusto per voi è il più rosa che c’è in libreria; unica cosa da controllare è che in copertina non ci sia il disegno di una pantera.

4)      Se siete appassionati di gialli e/o thriller e la storia per voi prevale su qualsiasi finezza stilistica, entrate in libreria e guardatevi intorno, osservate quelli che stanno leggendo qualche pagina dei libri in esposizione e individuate il lettore più concentrato di tutti, talmente concentrato da sbavare inavvertitamente da un lato della bocca. Sicuramente avrà tra le mani un giallo estremamente avvincente in cui si sarà immerso fino a perdere cognizione del mondo che lo circonda; a questo punto avvicinatevi di soppiatto e pugnalatelo al cuore col l’apposito pugnale di ghiaccio che avrete avuto cura di portare con voi (in modo che quando arriverà la polizia il pugnale si sarà sciolto senza lasciare traccia), quindi sottraetegli il libro e compratelo senza pensarci due volte. Unica accortezza: verificate prima che non sia un libro di foto sulle grandi pornostar del nostro secolo, nel qual caso il filo di bava che cola dal lato della bocca potrebbe non essere significativo.


5)       Se siete un appassionato di Moccia… vabbè, che vi devo dire? Per voi c’è poco da fare: compratevi Moccia!

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Fotografata su un muro di Bari



mercoledì 4 aprile 2012

Auto pubblicazione. Considerazioni & Dubbi.

Che ne pensate dell’auto-pubblicazione (o self publishing se preferite la dicitura anglofona)?
Trionfo democratico della creatività o indistinta palude in cui affonda la meritocrazia?
E’ un bene che chiunque possa pubblicare e, così, esprimersi, farsi leggere e, potenzialmente, diventare famoso, oppure ritenete che se troppi pubblicheranno nessuno verrà davvero letto (se non da pochissimi) e, alla fine, (come ha sostenuto, caustico, un critico di quelli che scrivono sui giornaloni) sarà un po’ come scrivere sulle pareti dei bagni degli Autogrill?
Chi vi scrive appartiene a una generazione per la quale pubblicare un libro ha sempre voluto dire (concettualmente) trovare un editore serio e professionale che giudica buono il tuo lavoro (perché ha competenza) e decide di metterlo sul mercato. Detto questo il mondo editoriale/letterario sta cambiando e chi scrive non è così vecchio da non rendersene conto e riesce ancora (incredibile eh?) a seguirne i mutamenti. Ma non per questo si sente soddisfatto.
Il WEB pullula di discussioni (e di offerte per pubblicare a costi più o meno contenuti) che prendono talvolta toni epici, quasi mistici. Ho letto ponderose teorizzazioni sul significato sociale e/o politico e/o filosofico di questa rivoluzione, di questo cambio di prospettiva che permette a chiunque abbia un PC e un collegamento a internet di diventare “scrittore”, con relativi insulti all’editoria tradizionale che strozza e blocca la creatività di troppi geni incompresi ed esaltazione del potere salvifico della Rete che consente, in estrema sintesi, “tutto a tutti”. Appena il caso di sottolineare che gli insulti all’editoria tradizionale non vengono dagli autori che pubblicano (e vendono) con detti editori ma, in genere, da quelli che sono rimasti fuori dalla spartizione della torta…
E giù tutti a richiamare l’esempio di quei (pochi, diciamo la verità) casi editoriali di libri auto-pubblicati che sono riusciti a vendere un paccone di copie!
Ma qui c’è odore di contraddizione perché una cosa è parlare di democrazia del WEB e di possibilità di esprimere liberamente la propria creatività e un’altra cosa parlare di vendite e soldini messi in saccoccia. Credo che tutti siamo ben consapevoli che successo nelle vendite e qualità non vanno necessariamente di pari passo e che talvolta vendono molte copie e fanno guadagnare parecchio dei pessimi libri (prodotti o auto-prodotti che siano).
I teorizzatori della bontà dell’auto pubblicazione insistono sul punto che “il lettore ha sempre ragione” e che devono essere i lettori a decidere cosa è buono e cosa è cattivo, senza la mediazione degli editori. E’ un bel concetto, suona bene e magari, in linea del tutto teorica, è anche giusto. Ma poi mi guardo intorno, penso al modo in cui io per primo utilizzo il WEB, al modo in cui vengono presentati e offerti al potenziale lettore i libri auto-prodotti e mi dico che, nella pratica, la cosa non sta in piedi.
Siti-mostro in cui, come api nelle loro cellette, un numero infinito di auto-scrittori espongono il loro libro, come bancarelle di un mercato talmente immenso che nessuno ha speranza di girarne se non una piccola parte. Un tutto elefantiaco e indistinto in cui esserci è come non esserci visto che solo chi viene indirizzato a calci (informatici) nel sedere finirà su quella specifica bancarella, in quanto l’eventualità che qualcuno ci capiti per caso diventerà sempre più infinitesimale col proliferare dell’offerta.
Auto pubblicarsi e lasciare lì il proprio lavoro, in attesa che il WEB se ne accorga, sta diventando come accendere una torcia elettrica e ospitarla nel deretano (come ha sintetizzato, caustico, un mio amico che non scrive per nessun giornalone).
Auto pubblicazione nell’immediato futuro significherà sempre più auto promozione. Significherà sempre più marketing. Quindi mi viene il sospetto che la "fantastica" soluzione dell’auto pubblicazione non sia tanto uno strumento che consente a chiunque di diventare scrittore quanto piuttosto uno strumento che consente di farsi notare a quelli tra gli aspiranti scrittori che sono anche bravi venditori.
Lo so, lo so, qualcuno si starà già incazzando pensando che anche mettendo in campo il miglior marketing librario non si potrà vendere un libro orribile. E posso essere d’accordo. Ma, secondo me, un libro auto prodotto che sia appena passabile, promosso in modo “professionale”, venderà probabilmente 100 volte più di un ottimo libro lasciato a languire senza promozione da uno scrittore timido o imbranato.
E allora di che democrazia creativa stiamo parlando?
La mia non è assolutamente una battaglia contro l’auto-pubblicazione. Solo un tentativo di ragionare sull’argomento. Non sto dicendo che l’auto pubblicazione debba andare debellata come la gramigna e, anzi, confesso senza problemi che, pur pubblicando i miei romanzi con un editore tradizionale, sto pensando seriamente alla possibilità di auto pubblicare.
Pensavo, per esempio, a una raccolta di racconti (magari solo per raccogliere in un unico volume quelli presenti nelle raccolte di piccoli editori in cui sono stato pubblicato negli anni scorsi) o, magari, a una raccolta di pezzi e racconti comici. Con la consapevolezza, però, almeno per quanto mi riguarda, che si tratterebbe di qualcosa di diverso da una “vera” pubblicazione.
Ma poi davvero le case editrici (quelle serie, intendo), pur con tutti i loro difetti, non hanno una più ragione di essere? Davvero sono solo macchine da soldi? Davvero non conservano tuttora - accanto all’indubbia tendenza predatoria - una funzione anche “qualitativa”, una valenza di setaccio, cui magari sfuggono di tanto in tanto lavori di pregio, ma capace di filtrare la gran parte dei manoscritti di qualità scadente?
Sono davvero così tante le opere geniali che non trovano editore? Ho dei dubbi.
Non so. Confesso che sull’argomento sono un po’ confuso…

lunedì 2 aprile 2012

GENIALI METODI PER FARE PROMOZIONE AL VOSTRO LIBRO IN MODO NON CONVENZIONALE

Giunto ormai alle soglie del terzo romanzo pubblicato, sento di essere un “espertone” su questo tema. Penso, infatti, di avere già commesso tutti i classici errori dell’autore esordiente, che consentono al predetto di ottenere esattamente l’effetto contrario a quello che voleva ottenere.
·         Organizzare presentazioni a cui si presentano poche persone e in cui si vendono al massimo 2 o 3 copie del libro? Ce l’ho!
·         Postare su internet la comunicazione sbagliata nel posto sbagliato nel momento sbagliato e (ovviamente) col tono sbagliato, attirandosi l’odio imperituro di utenti ferocissimi e vendicativi? Ce l’ho!
·         Non avere il coraggio di dire a più della metà delle persone che si conoscono che si è pubblicato un libro, come fosse una colpa vergognosa da tenere segreta invece che una bella notizia? Ce l’ho!
·         Un’altra che vi viene in mente? Ce l’ho!

Perciò ho riflettuto a lungo sull’argomento e, considerato che il numero degli autori di romanzi supera ormai di gran lunga quello dei lettori di romanzi, per cui c’è una concorrenza peggio che a vendere le salsicce alla Sagra della Salsiccia, mi sono reso conto della necessità di un “approccio diverso”.
Ma preventivamente, o autori esordienti che pendete dalle mie labbra, vi prego di rispondere a questa semplice domanda:
DOMANDA: siete figli/nipoti/parenti del signor Mondadori?
Se la risposta è SI allora non mi fate perdere tempo, stampate questa pagina, fatene una barchetta e mettetela a navigare nel piccolo lago privato che sicuramente papà/nonno/zio avrà fatto scavare nella tenuta di famiglia.
Se la risposta è NO allora continuate a leggere questo post.

L’autore esordiente che vuole fare pubblicità ai suoi romanzi troverà in commercio molti manuali di marketing “librario”, pieni di consigli su come organizzare le presentazioni, contattare i giornali, farsi una pagina WEB, interagire nei social network (no… non come quando fate i tacchini chattando con le ragazze su FB, non intendevo questo!). Si tratta di consigli scontati e stantii. Che richiedono un gran lavoro e una grande applicazione, mentre noi non abbiamo nessuna voglia di lavorare e di faticare e, comunque, anche volendo, non avremmo tempo perché dobbiamo passare la giornata a cazzeggiare su FB o a giocare alla Play Station. Giustamente.
Ecco allora venirvi in soccorso questo preziosissimo post, frutto della mia riflessione, che vi indicherà un certo numero di modi per far conoscere a tante persone in poco tempo voi e il vostro romanzo, con un dispendio di energie non superiore a quello di quando vi scaccolate.
A voi, quindi, un bell’elenco dei: GENIALI METODI DI FARE PROMOZIONE A UN LIBRO IN MODO NON CONVENZIONALE!
1)      DATEVI FUOCO – di per sé è un metodo facilissimo che dà molta visibilità (specie di notte, al buio) e vi proietterà immediatamente nell’empireo degli “autori di culto misconosciuti che siccome hanno fatto una brutta fine sono diventati famosi e la gente si compra il loro libro”; unico inconveniente l’attuale altissimo prezzo della benzina: una tanica di super senza piombo ha ormai un costo, davvero esorbitante, per recuperare il quale dovreste vendere più libri di Camilleri! Conosco uno di Genova, un po’ taccagnello, che ha provato a mettere in pratica il consiglio lasciando cadere un cerino in un cassonetto, aspettando che venisse su una bella fiamma e poi buttandosi dentro ma, a parte il fumo nero e la puzza, che non sono per niente “fini”, il cassonetto si è chiuso e lui è finito cotto come una porchetta; essendo successo il fatto, appunto, a Genova, un paio di furbi venditori di panini con la porchetta hanno pensato bene che era un peccato mandarlo sprecato e hanno sottratto il corpo per i loro meritorio commercio; a riguardo evidenzio che se uno scrittore si dà fuoco ma poi non si trova più il corpo carbonizzato da riprendere e mettere su You Tube, non va per niente bene.
2)      TROMBATEVI LA SIGNORA MONDADORI (O, IN ALTERNATIVA, SE SIETE UNA SCRITTRICE, DIRETTAMENTE IL SIGNOR MONDADORI) -  qualcuno ha obiettato che la Mondadori è ormai una grossa azienda con a capo un Consiglio di Amministrazione; mi sembra un’obiezione stupida e ottusa: basterà, infatti, trombarsi il Consiglio di Amministrazione;
3)      TATUATEVI LA COPERTINA DEL LIBRO SULLE CHIAPPE E ANDATE IN GIRO NUDI – questo consiglio non va bene per gli scrittori col culo flaccido perché le pieghe delle chiappe molli rendono il titolo difficilmente leggibile;
4)      ENTRATE IN TUTTE LE LIBRERIE D’ITALIA CON DEI FALSI CODICI A BARRE (CHE RIPRODUCONO IL CODICE A BARRE DEL VOSTRO LIBRO) E ATTACCATELI SOPRA QUELLI DEI PRIMI 10 LIBRI IN CLASSIFICA – così alla cassa il lettore ottico leggerà il vostro libro e voi finirete a fine settimana in testa alla classifica dei libri più venduti; poi pochi giorni dopo finirete in galera per truffa; questa sarà la vostra fortuna perché potrete subito uscire con un instant book che racconta la vostra storia;
5)      NASCONDETEVI NELLA SACRESTIADI SAN PIETRO E SCRIVETE DI NASCOSTO IL TITOLO DEL VOSTRO LIBRO SUL RETRO DELLA PIANETA CHE IL SANTO PADRE INDOSSERA’ NELLA MESSA IN MODOVISIONE – va da sé che, per educazione, sarà il caso di scrivere sotto, magari un po’ più in piccolo, anche il titolo dell’ultimo libro pubblicato dal Papa.

Vi anticipo fin d’ora che nel frattempo sto lavorando a un nuovo, interessantissimo post sul tema: “come rendere indimenticabile il vostro intervento all’assemblea di condominio utilizzando solo un grosso petardo e un sacco pieno di letame”!


(il mio consulente editoriale)

venerdì 30 marzo 2012

5 fondamentali requisiti per essere Scrittore (con la esse maiuscola)


Ma quali scuole di scrittura creativa, ma quali manuali, ma quale confronto con altri autori, ma quale lavoro di lima, ma quale ispirazione, ma quale metodo.
Fesserie. Dettagli. Non sono queste le cose che fanno uno scrittore.
La mia seppur breve esperienza mi dice che per essere uno Scrittore (con la esse maiuscola) sono più importanti altre cose.
Mi permetto perciò di elencarvi i 5 fondamentali requisiti per essere uno Scrittore.

1)      CREDERSELA – ma credersela proprio, ma proprio tanto; più te la credi meglio è.
2)      GUARDARE IL MONDO CIRCOSTANTE COME SE PUZZASSE – specialmente in occasione delle presentazioni dei propri libri, ma anche nella vita di tutti i giorni, anche dal macellaio, anche davanti scuola, quando vai a prendere tuo figlio; fa niente se il 99% dei presenti non ha la più pallida idea del fatto che hai pubblicato un epocale romanzo dal titolo “Inenarrabili malinconie post coitali” con la prestigiosa casa editrice “Tipografia Peppino Pagapress” e il restante 1%, che ha comprato il libro perché gli facevi pena, si nasconde dietro un quotidiano per far finta di non averti visto.
3)      ESPRIMERE LA PROPRIA OPINIONE SU TUTTO, MA PROPRIO SU TUTTO, FACENDO OGNI VOLTA NOTARE CHE E’ L’OPINIONE DI UN INTELLETTUALE – non importa se l’argomento è la castrazione dei maiali o l’effetto serra, l’importante è sparare sentenze con tono deciso e lasciare intendere che, in quanto intellettuale, stai portando un contributo alla discussione certamente più significativo di quello degli altri interlocutori; che ti odieranno; ma è proprio questo il tuo scopo.
4)      LAMENTARSI SEMPRE CHE NON SI HA ABBASTANZA TEMPO PER SCRIVERE – a questo proposito mi permetto di suggerire di evitare di farsi beccare dal cognato mentre, nel chiuso della propria cameretta, davanti al PC, invece di correggere le bozze del prossimo romanzo si sbirciano video su You Porn.
5)      COMPRARSI UN CAPPELLO E UNA SCIARPA DA SCRITTORE – quest’ultimo è di gran lunga il requisito più importante: nessuno vi prenderà sul serio senza un cappello e una sciarpa da scrittore; del resto: vi fidereste mai di un idraulico che si presenta a casa vostra con lo smoking o di un avvocato che vi riceve nel suo studio in bermuda?

Ora scusate ma vi devo salutare.
Devo andare a comprarmi un cappello e una sciarpa!

P. S.
Questo contributo avrebbe anche potuto intitolarsi: i 5 motivi per cui sono destinato a restare uno scrittore con la esse minuscola :-P

Moravia col cappello
(foto di Carlo Cecchi)




Scrittore che ha un po' esagerato...


giovedì 29 marzo 2012

Il "mistero" poco misterioso delle (tante) piccole case editrici italiane

Da quando pubblico le cose che scrivo, sono diventato curioso delle dinamiche e dei meccanismi del mondo dell’editoria. Così spesso mi soffermo a leggere le discussioni tra appassionati  e/o esperti e vado a caccia dei (pochi) dati disponibili (interessanti quelli dell’ISTAT, anche se troppo “aggregati” per avere un quadro esaustivo).
Qualcosa credo di averla capita.
Che in Italia si comprino pochi libri mi pare un fatto noto. Il nostro mercato editoriale, in proporzione,  è piuttosto piccolo rispetto a quello degli altri grossi paesi europei.
Nonostante ciò abbiamo più di 7000 case editrici (l'ultimo rapporto disponibile parla di 7009).
Premesso che una gran parte ha in catalogo pochi titoli o non pubblica per niente (sono in pratica realtà “amatoriali”, molte solo digitali), tra le circa 1700 case editrici che pubblicano con regolarità, la stragrande maggioranza è composta da “piccoli editori” che si dividono una quota di mercato minuscola.
Lo sapete quel è la tiratura media di un libro edito da una piccola casa editrice? Nella migliore delle ipotesi vengono stampate 1.000 copie, spesso 500, non di rado 200. E sapete quanti tra le migliaia di autori che ogni anno pubblicano con una piccola casa editrice riescono a vendere le copie della prima tiratura? Se va bene uno su dieci. E sospetto che la mia sia una stima per eccesso.
Secondo un articolo letto un po’ di tempo fa, si stima che 6 romanzi su 10 tra quelli pubblicati dai piccoli editori non arrivino a vendere 100 copie, di cui spesso neppure una venduta in libreria; in pratica vengono vendute solo le copie che l’autore stesso piazza a amici e parenti.
Per un autore che pubblica con una piccola case editrice superare le 500 copie vendute può ritenersi un ottimo risultato, che viene raggiunto da pochi. Superare le 200 copie è già un risultato accettabile (del resto, a meno che si tratti di volumi fatti con particolare cura, il numero di copie che un editore deve vendere per recuperare le spese varia il più delle volte tra le 250 e le 300).
In un mondo editoriale che vive su una manciata di best seller ogni anno, che concentrano l’80% delle vendite (le grosse case editrici fanno il loro fatturato sui primi 10 titoli venduti del loro catalogo, le centinaia di altri titoli pubblicati nel corso dell’anno sono spesso solo “tentativi” di indovinare un inaspettato best seller) come fa a esserci posto per tutti questi piccoli editori?
E infatti il posto non c’è e molti piccoli editori nascono e chiudono nel giro di qualche anno.
La risposta al perché nonostante tutto ci siano così tante piccole case editrici è, come ben sanno molti aspiranti scrittori, che per una buona fetta non sono “vere” case editrici ma Editori a Pagamento.
Poi esistono anche molti ibridi e cioè editori che investono su un certo numero di libri, in cui credono, e contemporaneamente pubblicano anche libri “a pagamento” per trovare i soldi per far quadrare il bilancio e restare a galla.
Ecco perché non è vero che in Italia è difficile pubblicare. Quello che è difficile, piuttosto, è pubblicare “bene” e poi vendere e far leggere quello che si pubblica.
Siccome l’editore a pagamento fa i suoi guadagni sul cliente/scrittore, a cui per pubblicare chiede somme talvolta oscene, direttamente o sotto forma di acquisto obbligatorio di, diciamo, almeno 300 copie del romanzo (vi ricordate quello che dicevo prima? Che vendendo 250/300 copie l’editore ha compensato le spese?), il suo interesse per la diffusione e la vendita del libro è molto vago.
La stragrande maggioranza degli editori a pagamento non solo non fa un serio editing del libro, ma non fa proprio nessun editing, al massimo una frettolosa correzione delle bozze (l’autore viene rassicurato che scrive benissimo e che con ritocchi minimi il libro sarà bello e pronto), non ha una vera distribuzione (il libro non arriva nelle librerie o arriva solo in poche librerie condiscendenti) e non fa promozione (al più viene organizzata una presentazione, tanto per dare il “contentino” allo scrittore).
Quindi tra pubblicare con uno di questi editori a pagamento e pubblicare da soli con uno dei sistemi di autopubblicazione che stanno spuntando come i funghi c’è di solito un’unica differenza: pubblicare da soli costa molto ma molto meno.
Naturalmente il panorama è vario, per cui ci sono anche editori a pagamento meno beceri, che coniugano il business con un’accettabile professionalità. Direbbe qualcuno che questi hanno una loro ragione di esistere. Io francamente non sono altrettanto indulgente: l’editore è un imprenditore, sia pure particolare, e come tale DEVE assumersi i rischi d’impresa. Altrimenti che faccia un altro mestiere.
C’è sempre qualcuno che esce fuori con l’esempio del tale autore che ha pubblicato un libro a pagamento e poi è riuscito a vendere ed è diventato “famoso”. A ben vedere sono casi così eccezionali da non avere rilievo statistico. E sono convito che se andiamo analizzare il “caso editoriale” scopriremo che si tratta di autori che vendono perché sono bravi a farsi pubblicità da soli e che, quindi, avrebbero venduto anche auto pubblicandosi.
La mia – si badi bene - non vuole essere una condanna dei piccoli editori ma, al contrario, un intervento a favore dei piccoli editori seri (udite, udite: esistono!) che combattono una battaglia difficilissima per sopravvivere in un mercato asfittico, inquinato da competitors sleali.
La rete da questo punto di vista offre grandi opportunità in quanto, spendendo un po’ di tempo tra forum e siti per aspiranti scrittori, ci si può fare un’idea sulla reputazione delle case editrici.
Il mio invito appassionato a chi scrive è di NON PUBBLICARE CON UN EDITORE A PAGAMENTO. Se nessun autore si piegasse a questi ricatti e partisse dal presupposto che una pubblicazione a pagamento NON E’ UNA VERA PUBBLICAZIONE, le tipografie travestite da casa editrice scomparirebbero e rimarrebbero sul mercato solo gli editori che fanno davvero il loro lavoro.
Anche sul fatto di auto-pubblicare utilizzando siti come “Lulu” o “Il mio libro” ho forti perplessità (direbbero i più giovani che le mie sono resistenze culturali legate al fatto che sono un autore sulla 40ina legato a un’idea troppo tradizionale dell’editoria e magari hanno ragione), ma mi sembra comunque una soluzione preferibile rispetto all’editore a pagamento. Per lo meno è un sistema democratico ed economico. Fermo restando che bisogna avere la consapevolezza che le opportunità di vendere sono poi molto basse e tutte legate alla capacità dell’autore di fare marketing e promuoversi efficacemente in proprio.
E sapersi vendere in modo efficace non significa di per sé essere un buon scrittore.
Ma questo è un altro discorso.


mercoledì 28 marzo 2012

Una piuma (dolorosi inganni della mente...)

In uno dei siti letterari che mi piace bazzicare, c'è un gruppo che fa un simpatico gioco.
Ogni mese viene scelta una parola e bisogna improvvisare un racconto in cui quella parola abbia un ruolo significativo. La parola di questo mese era "piuma". Una parola che suggerisce a una prima lettura un'idea di leggerezza. Quando, però, mi sono messo al PC per scrivere, quello che mi è venuto fuori, di getto, è qualcosa di molto poco "leggero".
Se vi va di leggerlo posto qui di seguito il breve racconto.

giovedì 16 febbraio 2012

Questa sera a casa facciamo i panzerotti!

Questa sera a casa facciamo i panzerotti…
Per i baresi non ho bisogno di dire altro. Mi stanno già odiando.
Per i non-baresi vado a spiegare. Dicesi panzerotto un fagottino a forma di mezzaluna (in pratica un cerchio che viene ripiegato a metà) di dimensioni variabili tra i 10/15 centimetri fatto con la pasta del pane, dentro al quale viene schiaffato un ripieno (solitamente pomodoro e mozzarella, ma esistono tante varianti, tipo: carne tritata soffritta e scamorza; prosciutto cotto e scamorza; ecc. ecc. ecc) che poi viene fritto.
Il tutto va mangiato possibilmente caldo. Molto caldo. Meglio se procurandosi ustioni sul palato e sulla lingua, senza nemmeno masticare.
Insomma: goduria a 1000!!! E colesterolo in una botta sola sopra i 300. In pratica solo un cretino mangerebbe panzerotti nella settimana precedente gli esami del sangue.
Non vi do la ricetta. In rete ci sono tutte le ricette e i video che volete. Questo non è un blog di cucina, ma soprattutto non è questo il punto. Il punto è il senso di festa che la preparazione dei panzerotti è in grado di suscitare.
Chiaramente lo stesso effetto-festa si può ottenere in qualsiasi altra regione d’Italia preparando una serie di altri prodotti tipici locali, dolci o salati che siano: ognuno pensi a una cosa slurposissima, che una volta le nostre mamme facevano regolarmente in certi periodi dell’anno (impensabile non farla!) e che adesso, invece, si fa solo in via del tutto eccezionale perché nessuno la sa preparare più o perché ha il difetto di sporcare e fare puzza.
Anche se, diciamo la verità, poche cose al mondo sono come i panzerotti!
E comunque le cose slurposissime non sono mai pulite e profumate. Per definizione.
Quando si fanno i panzerotti è bello coinvolgere la famiglia. E’ bello quando si è in tanti. E’ bello quando ognuno fa qualcosa: chi stende la pasta del pane, che si chiama “massa”; chi mette il ripieno e li chiude; chi frigge nell’olio bollente; chi va in giro facendo di tutto un po’, convinto di essere indispensabile in ogni dove e dando invece, di fatto, fastidio a tutti.
Di solito il mio compito è friggere. Non per vocazione, ma perché la mia scarsa manualità mi rendo inadatto a maneggiare la “massa” con la quale posso fare al massimo delle palline da lanciare in giro. Nient’altro. Quello che frigge è quello che si impuzzolisce di più, anche se, a onor del vero, tutta la casa e tutti i suoi occupanti vengono adeguatamente incensati. Ma non è un problema: di lavoro non gestisco una profumeria e sono sempre stato una frana nei “rapporti galanti”.
Se poi quello che frigge non è particolarmente abile (e io, ovviamente, non lo sono) è anche quello che si scotta le mani con gli schizzi di olio bollente. Perciò ho imparato a tenere di fianco alla pentola il tubetto della pomata per le scottature. Sono preparatissimo: metto i panzerotti nell’olio bollente (di solito 3 per volta), mi scotto, impreco, metto la mano sotto l’acqua fredda, mi asciugo, metto un po’ di pomata, recupero i panzerotti che nel frattempo si sono cotti alla perfezione. E via di nuovo.
E’ bellissimo papparseli. Ma non solo. E’ bello durante la giornata pensare che la sera si faranno i panzerotti. E’ bello pasticciare insieme, magari mandandosi anche al diavolo di tanto in tanto perché non si riesce mai a coordinarsi come si deve. E’ bello sbaraccare di corsa il tavolo su cui sono stati preparati perché, a meno che non siate Briatore e possediate una casa con 10 sale da pranzo, è lo stesso tavolo che poi andrà apparecchiato, intorno al quale vi siederete a mangiare.
Sinceramente è un po’ meno bello poi rimettere tutto a posto, ma lo si fa con la pancia piena, pacificati, per cui alla fine non è così tremendo.
Insomma. Piove. Fa freddo, La giornata è uggiosa. Al lavoro ho un sacco di rogne.
Ma stasera a casa facciamo i panzerotti!